CAPITOLO XVI
Quella fissazione di incensare un amore impossibile che lo aureolava oscuramente si esaurisce poco a poco, al filo dei riaffioramenti in risacca. Ciò che ancora ve lo trattiene, … troppe drammatizzazioni.
Per quanto libertario sia, se avesse potuto scegliere di essere maniaco e inseguire instancabilmente la sua vittima…, per tutti quegli anni, l’eccitazione sarebbe almeno giustificabile. Ma, per quanto damienntico sia, quelle aggressioni che lei subirebbe, egli le immagina in aubade, in prose o in alessandrini.
Durante più di un decennio, Nielle si era inserita nella sua mente come un angelo custode malefico. Per imprevidenza, quella presenza fantomatica della sua musa l’aveva spesso intralciato. Come una canna piegata dal vento, come un obelisco che sfida i secoli, si era insinuata, impercettibile, e vegetava tra le tenerezze e le parole d’amore accordate alle altre donne, a quelle che le succedettero senza sostituirla. I toccamenti più sorprendenti o le alcove più stravaganti non facevano che avvizzire parcamente alcune pose nel suo ricordo. La memoria e le sue conseguenze facendosi attendere, la loro ignoranza valida la scusa di continuare…
Il sognopata ricorda Mylène, la sua ex moglie, che l’aveva convocato appena sei settimane dopo il suo trasloco affrettato e inevitabile. Durante quel colloquio, lei aveva insistito perché diventasse il tutore legale di Lysianne che, a momenti, lo reclamava. Mylène, col pretesto di dover vivere altrove qualcos’altro, aggiungeva, come per solidificare il proprio argomento, che nessun accordo in vista tra Lysianne e il suo amante avrebbe attenuato l’atmosfera spesso tesa tra loro.
In realtà, per amicizia, sacrificava il suo amore materno con l’intenzione precisa che Damien colmasse quella fossa che si stava scavando; il suo fiuto infallibile le dimostrava che non riusciva a riprendersi. Al tempo stesso senza legami e incatenato, senza Nielle.
Mangiava e dormiva meno di prima di svignarsela. Inoltre esitava a intraprendere l’apprendimento del suo nuovo quartiere. Non avendo né il coraggio dei veri immigrati, né il loro accanimento nel farsi un posto al sole, sprofondava verso un pericoloso punto di non ritorno.
Alla fine, Damien tornava a vivere in quella rue de la Paix Glorieuse nella pelle di un capofamiglia monoparentale, perché nelle loro intese pacifiche i genitori di Lysianne giudicarono che fosse meglio non sradicare la bambina. L’angelo… e l’amante partirono.
Senza rendersene conto sul momento, senza stabilire legami tra eventi chiave della sua vita, questo secondo trasloco precipitato, il ritorno all’ovile con Lysianne, avvenne il cinque aprile. — Era fuggito lontano, troppo lontano dai passi della sua musa, il cinque febbraio. Il caso? … — L’anno precedente, quella separazione armoniosa, la fine della coppia Mylène e Damien… un cinque luglio. Coincidenza? … La morte fisica di Marilyn Monroe, un cinque agosto. — Nulla a che vedere!
Il suo morale pullulava all’idea di ripartire da zero in quel Faubourg alla melassa, che si appiccicava… al suo destino. Doppiamente felice di vivere con Lysianne e di accordarsi qualche possibilità d’intravedere Nielle.
La sua ex moglie aveva visto giusto: quel piccolo trilocale del Plateau-Mont-Royal lo minava avvolgendolo e soffocandolo come un serpente, come una morsa. Quel minuscolo alloggio, quel pianterreno troppo buio, non aveva davanti che una finestra media, con la luce striata dai gradini che la camuffavano ai passanti. Sul retro, anche lì una sola finestra, dove regnavano l’ombra e la lamiera arrugginita di un capanno.
Il tempo si stirava, … lungo, in quella gabbia mal divisa e mal situata. Solo la sua gatta lo confortava. Ma conservava quell’impressione degli spostamenti di Nielle sopra di lui. Nella sua immaginazione, quei simulacri improvvisi ritrovavano tutta la candidezza e la veracità dei passi della sua Dulcinea. Si figurava quel desiderio con tale accanimento che l’audacia del suo onirismo gli fece intravedere la possibilità che lei lo avesse seguito.
Talvolta scorse i suoi veri vicini! Da quell’istante, le voci non cantavano più alle sue orecchie, chiacchieravano o litigavano. Non erano più gli stessi passi a conversare con lui; non più gli stessi piedi a colpire le alzate aggrappandovisi stupidamente; non più lo stesso modo né le stesse ore per lavare semplicemente i piatti. Perfino gli orgasmi non avevano più la stessa finezza!
Non riusciva più a distrarsi. Disegnare o scrivere non gli diceva più nulla che valesse. La sua sola applicazione…, stuzzicare un violino che suo padre aveva fabbricato con le sue mani forti, ruvide e abili. La concentrazione necessaria a suonarlo si rivelava penosa nell’esecuzione, non tanto per mancanza di talento quanto per l’assenza della sua ispiratrice. “Che cosa varrebbe l’arte senza le muse?” si ripeteva.
Il sognatore banalizzava l’ingratitudine del tempo soltanto con lacrime e cliché psichici, scatti mentali della sua musa che rimbalzavano fuggendo di nuovo, aumentando a ogni apparizione la loro sfocatura come per usura. Si affrettava a correggere quelle fughe nei loro scenari con ritocchi immaginari, rattoppava i ricordi prima che cadessero a brandelli. Globalmente, con valore di mesi, era trascorsa una sola settimana dal trasloco del cinque febbraio; quell’abbandono imprevedibile, ma sul momento necessario.
Damien non sperava nulla da Nielle, tranne sogni sempre più vaporosi, suscitati a sua insaputa da quelle ferite di cui lei l’aveva gratificato nel gioco. Esentato da ogni “pentimento”, avendo liberato la sua musa dalla sua vile persona; in quali colori viaggerebbero i ricordi di lei, le sue impressioni, nell’ipotesi che ne conservasse?
Poter distinguersi dagli altri amori della vita di Nielle, scostarsi da quegli uomini coccolati, quegli esseri che sfilerebbero tra le perdite di memoria puntuali quando lei sarebbe stata vecchia, fragile e bella di un’eternità imminente. Poter alleggerire la propria fine, prima di diventare vecchio, brontolone e sfigurato da una vita infernale di depressione; trasformare l’ineguaglianza, rispetto agli amori di Nielle, in una differenza leggermente turbante che lo iscriverebbe, anche in fondo alla lista, su un minuscolo carnet da ballo dorato. E che dopo il loro tango tirannico, finalmente si sarebbero allacciati per un valzer infinito.
Sempre con i piedi nella miseria, i suoi risparmi dispersi per permettere la disinfezione dell’anima di Nielle macchiata dalla sua presenza di sognatore. Il suo denaro sarebbe evaporato in una mezza bottiglia di scotch o si sarebbe imbalsamato di fiori? Poter rischiare? Poco.
— Idiota! Dei fiori, nulla di più originale? Un disegno? … No, lo strapperebbe come l’altro. — Una poesia? Una lettera? … Mi leggerà mai? ? ? — Che cosa le hanno offerto gli altri, io non lo so! … Non lo so… — Senza dubbio molto meglio, è evidente! — Pazienza, i fiori le serviranno da addii addolciti, " aveva valutato, senza considerare la nozione di tempo…
La mattina del quattordici febbraio, andò lui stesso a consegnarli: quattro splendidi fujis, e come firma, un uccello del paradiso. Rose? … No. Lei non lo conosceva come ortodosso. La marginalità gli stava alle calcagna. Eppure era San Valentino.
Durante quella visita, non voleva vedere nessuno, perché lo intimidiva quel pacco, quel significato che trasportava con degna precauzione. Il cuore gli palpitava di paura. Quella scala grigia che si era divertito a sgomberare dalla neve per facilitare la discesa o la salita della musa, quella porta di un blu amaro in cima, quei complotti e quelle accuse di follia che gli tornavano aggredendolo come cerberi bicefali; quelle cose gli facevano male. I palmi umidi gli sembravano scavarsi fino all’osso, le gambe tremolavano.
Dominando a fatica quei sintomi di vertigine che lo intralciavano perfino nelle abitudini acquisite; senza emettere rumore, alla bell’e meglio, installò gli steli del bouquet in quella cassetta delle lettere senza lucchetto che prese forma di vaso. Poi, dopo aver suonato, secondo un’altra mania, fuggiva nello spavento.
Quei fiori offerti divennero il nutrimento spirituale delle sue fantasticherie durante quei giorni interminabili e cupi. Essi imbrigliarono le sue inclinazioni suicide fino al suo ritorno sulla sua vecchia strada. La Paix Glorieuse…
***
Sorprendentemente, dopo essersi reinstallato nella sua antica dimora con la figlia, tra le prime decisioni che compì vi fu l’idea di fare visita a papà Brouillette, che già rinnovava i luoghi testimoni delle sue crisi.
Discutevano semplicemente dei miglioramenti apportati in quel luogo che braccava il sognatore con brividi indocili.
— Molti lavori da fare, signor Brouillette?
— No! Non è poi così male! Ho finito l’intonaco, la pittura si metterà in fretta. Tutto sarà bianco. Niente colore come avevi messo tu. No, certo! — E poi, il tuo disegno sul muro, non pensarci più! … Non c’è più! … Ho fatto fatica a coprirlo di bianco con il fondo. Non mi ricordo più che cosa avevi scritto, e non so che tipo di vernice “push push” avevi preso… Trapassava sempre. Ho dovuto dare tre mani di fondo.
E poi, dimentico la carteggiatura! Per togliere i segni dei pennelli, ho dovuto carteggiare come un demonio! … (Sapeva che il murale era stato benedetto? Aveva anche la memoria così difettosa da dimenticare una frase di tre parole corte? “Ti amo Nielle!”)
Loquace, come il suo carattere esigeva, il proprietario continuava ad aggiungere dettagli su dettagli. Come la sua personalità lo obbligava, Damien simulava attenzione e interesse mentre sognava, altrove…, appena un po’ più in alto…
Seguiva passi che giravano in tondo sopra la sua testa. La sua musa lo stregava di nuovo; come passi lamentosi. Moriva sul posto, quella musica gli era mancata. Sconcertato, nell’ebetudine, intuiva di essersi invaghito di quelle cadenze incantatrici più che dell’anima da cui attingevano la loro trascendenza seduttrice. Ma quei passi non cessavano i loro va e vieni, quelle spine che lo scorticavano, come se esprimessero la struggente impazienza di attendere inutilmente.
(— Passi della mia vita. Voi, questi passi torturatori! Paradosso d’amore, mi siete mancati! La vostra melodia ha denudato la mia anima di ogni altra fibra che non fosse quella della musa che glorificate. Ma allontanatevi prima che io crolli in una preghiera di lacrime. Fuggite, prima che rigurgiti il mio cuore come testimonianza d’amore. ") esortava smarrito dentro di sé. Già prigioniero di una suzione d’onirismo.
Con adorabile obbedienza, i passi si staccarono timorosi ed esitanti, tracciando i loro spostamenti verso la scala proibita. — (Uppercut allo spirito, gancio diretto al cuore.) Illuminati da quei battiti svelati, non cessando di citare le loro storie con aplomb, stavano per denunciare le loro brame. Grado dopo grado, la loro poesia esibiva rime e sottintesi in una pronuncia delicata. — (Stop!) Immobilizzavano la strada dei loro disegni, il tempo che, in una riverenza altera, confinassero a un linguaggio sussidiario il piacere di proseguire il comunicato discreto.
Affettato, un nuovo interprete discorreva vanamente. La mano afflitta della musa frugava, in una curiosità irritata, nel vuoto della cassetta delle lettere, sperando di cercarvi una smentita. Deluse e alle strette, le dita di fata tamburellavano con febbrilità ciò che chiamavano lo scrigno postale, trasmettendo nel loro linguaggio: “Cosa? Nulla! Né fiori né messaggi? Il cofanetto è pieno di una tristezza che non riesco ad afferrare. Sono a mia volta ferita dal vuoto. Che cosa ho fatto? … Io, che al suo ritorno pretendevo alla gioia, sono accusata dall’indifferenza pianificata che testimoniavo. — Quel bastardo! — Mi ha rubato il nostro amore!” Più nulla! Né passi! Né parola! Come un lampo, un silenzio mortale veniva a fulminare Damien in quell’assenza di spirito dall’aria di ultimo viaggio.
— Sei proprio pallido, Damien! Stai bene? " si preoccupava l’ex proprietario che, vedendo il sognatore rispondergli affermativamente, proseguiva più che mai l’enumerazione dei suoi progetti di ristrutturazione.
Annuendo meccanicamente e a tratti, per lasciar credere di essere attento, Damien tornava ai suoi pensieri. “Nielle, mi menzionavi con quei gesti il piacere di ricevere quel bouquet che, a oggi, è sicuramente appassito; oppure cerchi di meravigliarmi di pietà? …”
Prima di venir meno e che una reazione imprevista influenzasse quella percezione normale che si sforzava di dare all’instancabile tipo, Damien fece i suoi saluti all’uomo. A quel vecchio clown frustrato che, d’altronde, aveva tutto l’interesse a mantenere un buon contatto con l’artista che riusciva ancora a texturizzare la morosità della strada con i suoi comportamenti originali.
— Sono contento che ti siamo mancati, " diceva.
— Sì, è così, signor Brouillette, voi… Voi, " concludeva il sognatore, che richiuse la porta dietro di sé, non senza aver gettato un ultimo sguardo verso il soffitto, lasciando Nielle alle proprie attese, qualunque potessero essere.
***
Il sognopata valuta di esserne quasi uscito. La bara del più crudele è per sempre immobilizzata in un buco fangoso. Una terra insozzata che risana l’impuro. Sebbene sussistano alcuni spettri spossanti e fuori controllo, la loro fine si sottrae, ma deve tornare alle sue oscurità.
Si rimemora le sue frequenti uscite… fino alla soglia della porta. Solo per scorgervi una luce. Da una casa all’altra, dal suo primo domicilio verso l’atelier, continuava a sperare in un chiarore proveniente da una sola direzione. La sinistra! Sempre a guardare verso sinistra. Là dove vivevano i Brouillette, là dove aveva più sognato; là dove viveva ancora, lo desiderava, Nielle.
Nutriva l’eventualità d’intravedere la sua musa da quell’ingresso del cortile, quel tunnel grigio nell’edificio, nel quale lei doveva obbligatoriamente circolare per tornare o partire a dedicarsi alle proprie occupazioni e alle proprie prove personali.
Vendicativo, il destino intossicava i suoi pensieri, perché mai la vide sorgere e venire verso di lui. Mai! … Nulla! Nemmeno in quelle passeggiate, dove la fortuna chimerica d’incrociarla traboccava nell’ingiuria. Egli miniava quelle invettive soltanto divagando in storie abracadabranti che battezzava con cifre. “Utopia Nielle 2500!” La bizzarria di quei sogni risiedeva nell’allontanamento progressivo di ogni probabilità normale di riscaldargli il cuore.
No, mai nulla da quella che potrebbe essere la sua seconda vita sulla Paix Glorieuse.
Avendo esaurito il proprio stock di sogni per la giornata, pur circolando nel faubourg e nei pressi di casa, esitava tra intraprendere “Utopia Nielle 2 501” o schiacciare un pisolino, per fare il pieno di synopsis inconsci e inediti. In fin dei conti, considerando quella camminata già sterile, tornava sui propri passi. — Stupefazione straordinaria. — Esaltato, udì la voce della sua musa altrove che nei meandri del suo immaginario. Passava davanti alla proprietà dei Brouillette.
L’opportunità si rivelava ideale per cogliere l’indifferente nella sua ingenuità. Ma lo scrupolo di sorprenderla ondeggiava tra imbarazzo e paura. Il destino, sempre altrettanto maligno, decise per lui. Senza presentire il sognatore, lei si eclissò a casa propria emettendo un’ultima frase, un consiglio dalla risonanza di supplica.
— Soprattutto non dite niente a Damien!
— È promesso, Nielle! "
La voce della sua musa, quella breve implorazione, l’aveva venduta e la promessa che seguì tradiva la scena. Dedurne il contesto diventava un gioco da bambino sognatore.
(— “Nielle seduta su un gradino della scala sarebbe stata circondata da quegli adolescenti che diventavano uomini al filo delle trappole dell’esistenza. Si trattava proprio di quei medesimi cervelli incrinati, Bruce in testa; quello stesso gruppo che mi permetteva il consumo di falsi piaceri, fortunatamente sempre più raro. Quel gruppuscolo di delinquenti presso i quali, sfortunatamente per me…, la fedeltà a una promessa è prima virtù, e il tradimento di un segreto, rimprovero finale!”)
L’infiltrazione di quelle onde in ciascuno dei suoi chakra, lungi dall’imbarazzare il subconscio, settuplicò d’un tratto la sua capacità di onirismo. Inutile andare a dormire per rifornirsi: era appena stato alimentato per mesi. Milioni di “Utopia Nielle”?
Inespressivi, i muscoli del suo viso sembravano cementati dalla manifestazione vocale e dalla portata delle parole della musa. Poté entrare in casa solo grazie a riflessi incisi dall’abitudine ritrovata delle sue radici iniziali sulla strada. Per altra fortuna, Lysianne si purificava già della città durante le vacanze estive, snaturando le sue arie da cittadina in campagna, il che lo scaricava dalle responsabilità. Così sua figlia non avrebbe testimoniato del suo istupidimento.
Ciò che Nielle aveva detto frantumava in rimbalzo i suoi timpani quando si sedette al pianoforte di Lysianne, per sgravarsi delle emozioni imposte dal caso. Dapprima amorfo, finì per soccombere all’apaisamento della musica ripetendo instancabilmente quasi le stesse note sulla tastiera. — (Sol, sol, sol, sol diesis, la, sol. Mezza pausa. E bis, e “rebis”…). Quella frase musicale monopolizzava, implacabile, lo spazio acustico. Come due parallele, nere e onomatopee in balbettio si canticchiavano in uno stile di già sentiti: “Ba, Ba, Bi, Bo, Bi…”
Quel balbettio colorato, originario dell’ultimo istante di vita comune con Mylène, quel dadaismo talvolta usato come post-scriptum nelle sue numerose e inutili lettere, quei messaggi deviati, lo riportava alla realtà. Quella cosa lo rianimava come uno schiaffo che ricordasse le correzioni dell’infanzia.
In quella ronda continua degli stessi tasti, a ciascuno dei martellamenti sulle corde risuonavano discordanti domande imbarazzanti.
— Qual è questo segreto garantito da una parola d’onore? … Qual era l’offesa o la paura che l’aveva fatto nascere? … Perché ho goduto soltanto del punto finale della rivelazione? …" Ancora e ancora interrogativi che sgorgavano o schizzavano. Relativi ai fatti, che si firmi del passato di Damien o sanguini nel presente del sognopata, disteso sul divano con vista imprendibile sul vestigio dei ricordi srotolati, o accasciato al pianoforte a perlare gli avori di fini lacrime.
***
Attraversando le ore e i giorni, il timbro di voce della sua musa, avendo impresso la sua memoria uditiva, gli prodigava opulente illuminazioni. Come biglie che un bambino trascinerebbe in una tasca, si divertiva a farle rotolare l’una sull’altra, all’insaputa di tutti, simile a una diversione dalla realtà.
Ripercuotendosi fino all’autunno, quelle parole sorprese: “Soprattutto, non dite niente a Damien!” Per mezzo del sogno e dei suoi maneggi si erano trasformate in: “Soprattutto, non dite a Damien che lo amo!” Crediti d’affetto che, d’altronde, non ebbe mai la felicità d’incassare. Tutto ciò di cui poté approfittare, in quell’ultima stagione, consistette in un’informazione schiacciante e desolante. La sua musa, a sua volta, aveva tagliato la corda; teneva quest’informazione da fonte sicura. — Come avrebbe potuto non credere a Mia che, nella confessione del trasloco della sorella, ne menzionava il fatto recente e non la sua anteriorità ai suoi psicodrammi…? Doppie divulgazioni che ebbero l’impatto di un lasciapassare, di un semaforo verde per viali inesplorati.
Il frustrato che era Damien assumeva sempre peggio il suo ascetismo volontario e il suo onanismo devoluto al fantasma di Nielle, che d’ingratitudine percepita ne consegnava conati. Essendo maschio per difetto di non essere santo, e la sua libido di sognatore perdendo contegno, lo sordido del normale lo sedusse.
Conobbe quegli amori adulterati di notti troppo brevi, quelle carezze soavi e deferenti, quelle donne dalle parole d’amore deperibile. Per ripugnanza verso quelle infedeltà alla sua musa e per delusione, sopraffatto, finì per intrappolarsi da solo in una relazione che già anticipava esasperante. Approfondì detta relazione, corpo e anima perduti…
Più alta di lui, meno di Nielle. Studi interrotti fin dall’adolescenza. Ex membro di una gang di sospetti motociclisti e ballerina a cinque o venti dollari, secondo la musica… Una vita difficile e amara, disseminata di prove sconcertanti e crudeli; indiscernibile grazie alla sua forza di carattere. Ma in apparenza, in somma, “Sex and drugs, and rock’n’roll… and bad money!” Ecco chi era Bichoune.
Nulla li aveva davvero attirati l’uno verso l’altra; nulla li tratteneva. Tranne che, sessualmente, entrambi si accordavano a meraviglia. Eseguendo senza contrarietà la seguente prescrizione: due o tre volte al giorno, tutti i giorni. Rinnovabile, se necessario.
Quali erano i veri sentimenti di Bichoune per Damien? … Non gliene importava assolutamente nulla. I suoi per lei si situavano appena più in basso dell’ombelico.
Lei abitava nei dintorni, in una strada trasversale alla Paix Glorieuse. E per andare da lei, Damien doveva piegarsi a passare davanti a quel blockhaus di quadri nebbiosi dove si era consumato. Quella casa dove Mia simboleggiava ormai una presenza svanita, il soggiorno abbreviato di Nielle. Tristemente, l’ambivalenza, quella cara amica del dubbio, falsava le sue emozioni quando s’impegnava davanti all’edificio.
Rallentando o accelerando a misura della sensibilità del giorno, il sorriso appiccicato di un godimento disilluso, sperava da un lato di dimostrare indifferenza a Nielle tramite la sorella, e in modo rimosso si irritava per un desiderio insensato. Un invito che potesse essere formulato da una delle finestre del terzo piano.
Ipocrisia senza vergogna. Mimava la felicità, con l’intenzione di provocare la gelosia di Nielle grazie ai pettegolezzi. Fingeva perfino d’amare con sincerità la prosperosa. — I suoi istanti di franchezza si rarefacevano, salvo con Lysianne. — Quando non trovava le parole per spiegare la relazione troppo dinamica con l’iperattiva. Quando i paragoni si animavano con facilità; non evitava mai di chiudere lo scambio ripetendo alla figlia che amava ancora e sempre quell’antica vicina dagli occhi azzurri. Quella Nielle che lo aveva respinto col rovescio dell’anima…!
***
Come la tavolozza sporca e spoglia di un pittore, dal miscuglio dei colori vivi dell’autunno non restava più che la monotonia dei grigi noiosi. Resuscitando la vivacità dei primi colori in un sussulto di kermesse, si distingueva Halloween e i suoi piccoli revenant. Gli zombie dagli occhi scintillanti d’energia, le streghe inoffensive ma dai sorrisi irresistibili, i pirati dalle spade di cartone e le repliche ingenue e caricaturali degli eroi alla moda; tutta quella combriccola di spettri d’ogni sorta presentava i sacchi già troppo pieni nel desiderio di vederli traboccare. Come se, a ciascuna di quelle occasioni, per quei giovani questuanti si trattasse di sostenere l’esame di un corso d’immersione in capitalismo giovanile.
Quel giorno c’era competizione amichevole tra Bichoune e il sognatore. Ciascuno a casa propria avrebbe contabilizzato il numero di quei bambini euforici che chiedevano dolci o spiccioli per l’UNICEF. Il vinto o la perdente avrebbe dormito dall’altro. — Alternandosi con Lysianne che, lei, preferiva dare che ricevere, Damien scambiava caramelle di “tire” contro scherzetti o filastrocche; senza tuttavia insistere davanti ai bambini troppo intimiditi da quell’uomo della loro età…
Di tutti quei mendicanti d’occasione, il più sorprendente per originalità fu senza dubbio il destino travestito da cattiva sorte.
— Buh! Uh! … È Halloween! Mi dai delle caramelle? " diceva una giovane fata Carabosse di una decina d’anni, portando in fondo alle braccia una zucca di plastica.
— Mi dispiace! Mi restano solo mentine, " rispondeva Damien, confuso di essere un po’ colto alla sprovvista.
— Mentine? Lascia perdere! Io raccolgo solo vere caramelle. Comunque, è la terza volta che torno a casa a svuotare la mia zucca… Dimmi, ti piace davvero così tanto la menta? " domandava, continuando la sua strada per portare a termine la preziosa questua, senza essere interessata a una risposta. Aveva fatto appena due passi, quando voltò la testa verso il sognatore che la guardava saltellare. “Dimmi, signore, … sei tu che esci con mia cugina Bichoune, … sei tu il suo ragazzo?”
— Sì, sono io. — E per la tua domanda… Sì, adoro la menta! " (“L’amante”, si divertiva a pensare.)
— Tanto meglio se la ami molto, ciao! " esclamava, impaziente di recuperare quei pochi secondi infruttuosi.
Non ricambiò i saluti alla bambina. Non poteva. Perché aveva appena attraversato il marciapiede di fronte alla sua dimora… una vera revenant.
Senza maschera né trucco, né costume da fata, la sua musa. Nielle, che camminava a testa bassa, con l’aria triste di una bambina in cerca di una caramella perduta. Al tempo stesso confusa e concentrata su se stessa, pareva meditare a sua volta. Forse su un frammento di frase percepita per semplice coincidenza. Ordinaria, ma maledetta coincidenza.
Muto di stupefazione, la guardava stupidamente mentre si allontanava, dirigendosi verso quel tunnel grigio della casa dei Brouillette, come una bambina sfortunata che borbotta contro il destino che rovina una delle sue rare visite.
Anche il sognopata rage. “Maledetta! Maledetta! Maledetta! … Tre volte maledetta!” grida colpendo violentemente il divano con entrambi i pugni serrati fino a incarnarsi le unghie nel cavo delle mani. Sa che sorgerà un ricordo simile a questo. Meraviglioso, nell’abbondanza recuperatrice dei suoi sogni; rarissimo e pregiudizievole ai sentimenti dei due esseri nei fatti, per la sua inconséquence.