UN RAPIMENTO IN PARADISO
FINZIONE
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CAPITOLO PRIMO – UNA PICCOLA DIMENTICANZA

Era un fine settimana di tardo autunno. Una pioggia fredda, quasi gelida, si abbatteva con forza sulla modesta città-fungo di Joujou City.

Costruita attorno a una fabbrica di giocattoli, si sarebbe potuto credere che quel luogo non esistesse più. La manifattura, situata nel cuore della città, aveva chiuso i battenti dopo la tragica morte del suo eccentrico direttore… Henri Toutrec. Era stato lui a tracciarne, sommariamente, i piani nel corso di una sola notte.

Singolarità architettonica piuttosto rara, la fabbrica circonda ancora oggi una cappella ornata di icone infantili e stilizzate. Prima della chiusura, gli amministratori della fabbrica, ferventi credenti, ricorrevano alla campana a martello per annunciare con zelo le ore straordinarie imposte ai devoti e servili lavoratori. Talvolta satirico, il rintocco funebre accompagnava il licenziamento brutale dei sindacalisti e perfino delle segretarie dai profumi ribelli. Gli operai di allora dicono ancora oggi che quelle campane avevano battagli vigorosi!

Ma in quel tredici novembre, giorno della morte del fondatore, non volavano più. Un non-so-che di inquietante si era diffuso nell’aria. Era una mattina monotona in cui, nonostante tutto, qualcosa infastidiva: il frastuono opprimente dei viali, il gocciolio esasperante dei rubinetti mal chiusi, le mosche in cerca di cucine da occupare per l’inverno. Tutti questi piccoli tormenti sembravano tuttavia impallidire davanti agli sguardi irritati rivolti a ogni sorta di orologio.

L’atmosfera nebbiosa di Joujou City si faceva propizia ai misteri e agli interrogativi esistenziali.

Il meteo governava la malinconia. Ma, ancor più chiaramente, l’umore di tutti coloro che vivono nelle strade senza uscita, perché vi si sentono intrappolati come topi.

Uno scroscio incessante, venuto ad accompagnare la nebbia persistente, sembrava scoraggiare i soliti passeggiatori, gli appassionati di jogging o di camminate riflessive, i guardoni in cerca di fantasie, i turisti smarriti. Tutti, tranne i bambini iperattivi.

L’assenza più evidente?… Quella dei proprietari di cani che fino al giorno prima, come pasticceri irritati, decoravano i terreni dei vicini. Bei giardinetti perfettamente curati e arredati in modo kitsch! Manneken-Pis e fenicotteri rosa in bronzo, Veneri di granito e piccoli pescatori di latta.

Incredibile ma vero: tutti quegli oggetti impallidivano accanto ai giocattoli promozionali in resina, di dimensioni esagerate, provenienti dall’officina. Clown, orsacchiotti dal pelo idrorepellente, anatre e supereroi volanti. Oppure, più con i piedi per terra… viscidi nemici dai sorrisi sdentati, con piedi enormi, in tonalità malva e di giunchiglia appassita.

Quell’atmosfera strana e cupa, quel naïf appariscente, sembrava degno del miglior thriller psicologico.

Davvero, non era giornata per lasciare il proprio cane libero di scorrazzare ovunque.

Tutte le arterie di questa città portano nomi di cani. Si potrà dirne ciò che si vuole, ma questo dà un certo muso ai vari quartieri. Immaginate la singolare avenue Bulldog, il grande boulevard Labrador, il vicolo Chihuahua. E che dire della dinamica via Bastarda, che nasce all’incrocio tra Foxterrier e Spaniel! E del croissant Barboncino nella tua cuccia, recentemente ribattezzato Coda saltellante.

La parola barboncino era scomparsa dagli odonimi della città. L’ultimo della sua razza a Joujou City era Arthur. Il suo padrone, Henri Toutrec, l’aveva fatto tingere di verde kaki, quasi per conferire maggiore serietà e virilità al pelo riccio del suo prezioso abbaiatore. Quando un vicino gli chiedeva perché tingesse il suo barboncino, Henri rispondeva con una di quelle affabulazioni dal tono pedante. Tirando fuori un foglietto dalla tasca, leggeva quanto una segretaria nevrotica aveva annotato sotto sua dettatura.

— Piccolo… a! Se si chiama Arthur, è in onore dello scrittore Arthur Miller. Piccolo… per di più, perché i suoi simili conducono una vita da cani. I deviati. Che ne pensa?

E tutti tacevano, senza capirci assolutamente nulla.

In ogni caso, chi avrebbe osato contraddirlo? Non era forse l’imbattibile sindaco di Joujou City e, soprattutto, il fondatore della fabbrica di giocattoli « I piccoli furfanti »?

Un po’ come il celebre Howard Hughes, simile a un malinconico tramonto, Henri conosceva l’instabilità psicologica e una sfrenata decadenza caratteriale. Prova della sua morbosa demenza: nella sua fantasia delirante da milionario folle, aveva scambiato Arthur, appena tinto e tosato, per alcuni sacchi di gesso di Parigi.

Complesso forgiato dalla rimozione? Henri Toutrec soffriva di una timidezza paradossale e incomprensibile per un capo d’impresa. Senza mai tradire del tutto se stesso, per compensare quella falla della sua personalità, cambiava frequentemente aspetto mutando nome.

Si assicurava di agire nella più totale legalità, senza mai dimenticare di consultare i suoi perfidi avvocati. Il ciclo si avviava il primo giugno. Una data importante nella sua vita. Quella della nascita di Norma Jean! In quel periodo autunnale, Henri Toutrec si sarebbe riconosciuto dalla sua barbetta a punta, dagli occhiali rotondi, dal cappello a bombetta, dal bastone col pomolo, da un pennello a “lingua di gatto” infilato dietro l’orecchio e… da una valigetta da diplomatico. Tutto questo pastiche per suggerire un’associazione tra il politico americano Henry Kissinger e il pittore Toulouse-Lautrec. Preferiva quindi Henri!

La sua mania consisteva essenzialmente nel trasformare il proprio aspetto attraverso alias accoppiati. Così, negli anni precedenti, aveva già portato i nomi di « Elvis Einstein », « Woody Marx » (per Karl), « Marius Mandela », « Alexandre Legrand-Piaf », « René Trudeau », « Buffalo Confucius », « Pablo de Gaulle » e « Walt Lennon ». L’ultima combinazione dei suoi pseudonimi ufficializzati, e senza dubbio la più sorprendente per il suo aspetto arcaico e androgino, fu « Adamo Eva ». Tuttavia, la sua costituzione piuttosto gracile e le reazioni imprevedibili agli ormoni femminili lo costrinsero ad abbandonare quella natura audace.

Pensato come un totem, sul modello di come si ribattezzano gli scout, egli modellava ciascuna delle sue identità. La prima parola, il nome, designava ciò che credeva fermamente di essere; l’altra… ciò che sognava di diventare. Un tempo ispirava rispetto ai suoi concittadini, prima di deragliare in quelle indegnità civili. Da allora, alla fabbrica « I piccoli furfanti » come in città, nelle conversazioni quotidiane, lo si definiva l’eccentrico soprannominato la banderuola dai mille cappelli.

Come in occasione di una festa, il primo giorno di giugno alcuni valorosi concittadini si travestivano secondo epoche corrispondenti alle fantasie del loro sindaco. Ma nessuno accettava che il fondatore della compagnia lavorasse alla catena di montaggio, in costume da bagno, tre volte alla settimana, invece di dirigere la fabbrica dai suoi uffici in abito scuro, con la cravatta recante il logo aziendale. Nelle sue fasi di lucidità da uomo d’affari, progettava persino di produrre giocattoli che rappresentassero le sue bizzarre trasformazioni in migliaia di esemplari.

Non tutto il male vien per nuocere! L’intera città attendeva con impazienza il mese fatidico per lasciarsi sorprendere dalla nuova identità del direttore. Il giorno in cui i cittadini si presero più la testa tra le mani fu, senza dubbio, quello in cui si presentò come « Adolph Teresa », vestito da SS, con un impeccabile velo bianco a tre strisce blu. Eppure, quell’anno si fu quasi sollevati che la sua scelta non fosse ricaduta su « Madre Führer ».

In quel sabato piovoso, le porte chiuse della fabbrica confermavano la chiusura definitiva per tutti.

Eppure, il giorno prima, Henri Toutrec si dedicava al rituale dei suoi ultimi fine settimana, che desiderava sempre più lunghi. Si rinchiudeva in casa, disteso sul letto, con accanto i peli di Arthur e la fotografia della sua celebrità preferita. Rituale consueto dei suoi ultimi weekend: Henri si sforzava di sorseggiare il suo succo di pompelmo tiepido (il freddo gli provocava coliche) e sgranocchiava senza entusiasmo fette di pane tostato ormai fredde, preparate il giorno prima.

Alle otto in punto era il momento della televisione, di Internet o di una proiezione all’antica. Cartoni animati per bambini… la sua valvola di sfogo preferita. Ciò che adorava di più erano i cartoni animati con protagoniste delle anatre. La sua mania consisteva nel contare le gag violente. I suoi strumenti: un taccuino e un abaco-contatore, ricordo d’infanzia. Le sue statistiche indicavano così: ottomilacento esplosioni, centocinquanta braccia rotte, trecentodieci cadute in un burrone, trentanove folgorazioni, milloventisei colpi di mazza, settantadue decapitazioni e soltanto due torte in faccia. Non crediate che odiasse le anatre. Ma ogni anno, a ogni migrazione, a ogni stormo, ce n’era sempre una che lo provocava con i suoi inevitabili bisogni.

Poi si concedeva un bagno schiumoso alla lavanda, senza la minima presenza d’anatre. Infine si avvolgeva in una vecchia camicia di forza leggermente bucata, di cui rimboccava pazientemente le maniche. Indossava inoltre una salopette a fiori risalente al periodo hippie del secolo scorso, che portava con sorprendente audacia. Tutto ciò per dedicarsi infine a quello che considerava il progetto più creativo e ricreativo della sua vita.

Rapidamente scendeva al piano terra, poi risaliva. E poi di nuovo, e così via. Tutta quell’attività fisica serviva unicamente a portare in soffitta gli ultimi sacchi di gesso. Quella ginnastica contribuiva all’avanzamento dell’opera.

Si dedicava alla scultura di una donna nuda alta sei metri, al centro della sua lussuosa casa. La posa: quella della Statua della Libertà, in contrapposto.

Ultimo fine settimana, ultimo sacco di gesso, ultimo sforzo. La fase finale prima di applicare il colore. Pregustava la dolce sensazione di accarezzare la donna di gesso, la sua libertà, con pennellate delicate. Il desiderio di finire al più presto lo spronava. La fretta cancellava dalla sua mente i consigli ricevuti. Il desiderio e l’entusiasmo scacciavano dalla memoria le maldicenze udite e perfino i suggerimenti, dai più banali ai più decisivi.

Non era soltanto la nudità della sua creazione a scatenare i pettegolezzi. C’era anche la polvere bianca, risultato di una vigorosa levigatura, che si depositava un po’ ovunque nella sua dimora e nel vicinato sbalordito.

Tuttavia, i commenti riguardanti il riassetto architettonico della sua casa lo infastidivano un po’. Tutti concordavano nel dire che un doppio vuoto di dieci metri su due livelli minacciava imprudentemente la struttura della casa. Sarebbe stato indispensabile consolidare i piani.

All’opera mancava ormai soltanto un ultimo sacco di gesso. Con l’armatura metallica, la sua creazione raggiungeva il sorprendente peso di duemilatrentasei chili. Si era persino concesso di installare un sistema di riscaldamento all’interno della scultura affinché questa lo riscaldasse all’arrivo dei grandi freddi invernali. Il meccanismo si azionava tramite il mignolo del piede.

Fino a quel momento, nulla aveva ostacolato la sua sorprendente creatività e la sua indescrivibile passione. Fanatismo sfrenato per le donne? No, piuttosto un amore contorto per una sola. Henri aveva preso la decisione irrevocabile di riprodurla! Lei!… L’unica!… La più colorata e deliziosamente pastello delle bionde!… La più americana delle star!… Lei! Marilyn Monroe! La sua fedeltà, priva del minimo scrupolo, si reggeva solo su una semplice promessa, vecchia di alcune decine d’anni.

Henri Toutrec ricordava il tempo in cui aveva otto anni. Pio e devoto in modo straordinario alla Santa Vergine. Divenuto chierichetto, ascoltava distrattamente il sermone del parroco Narcisse Tourabalais. L’ecclesiastico parafrasava con grandiosità ed entusiasmo le nozze di Cana. Henri, sognatore come tutti i bambini della sua età, si immaginava vestito con uno smoking di raso bianco. In piedi su una sedia, offriva con un grande sorriso un anello di valore inestimabile a una donna bellissima, molto più grande di lui. Con l’approvazione di Gesù, che celebrava le nozze, baciava la sua santa « Love-you ».

Tornando alla sua semi-realtà, il giovane chierichetto, con discrezione intrisa d’imbarazzo, alzava lentamente gli occhi verso una statua della Vergine. Il raccoglimento e la meraviglia lo attraversavano davanti al drappeggio scintillante creato dai magnifici vetri colorati illuminati dal sole. Si impegnò allora ad alta voce, con sincera ingenuità, in una preghiera tanto audace quanto catastrofica.

— Oh, mia bella signora, tu che ammiro tanto sulle statue quanto sulle belle immagini che mi danno quando sono bravo… mi piacerebbe tanto che fossi mia. Ma dormi con il signore che pianta i chiodi. Qualche volta, quando faccio delle sciocchezze, dicono che sono un martello… Non ho forse tutto per piacerti?… Non vedi che ti amo?

Nella chiesa si sarebbe potuto sentire volare un diavolo. Anche Tourabalais si era zittito.

Poi il ragazzino, con tono autoritario, proseguì con la stessa determinazione:

— Cosa? Non mi rispondi!… Va bene! Se non vuoi cambiare marito, allora sposerò un’altra Maria. Pazienza, sarà la prima ragazza che vedrò e con cui farò un piccolo Gesù. Lo giuro!

I fedeli scoppiarono a ridere senza alcuna riserva. Il parroco cercava invano di non ridacchiare.

Le risate, proprio come l’incenso, salivano verso la volta, verso il cielo, insieme alla promessa dal sapore di ricatto. Con tutta la distrazione di cui il piccolo Henri era capace, aveva pronunciato quel giuramento ad alta voce. Ed era evidente che Tourabalais, ripresosi, cambiò colore. Divenne rosso di rabbia, sforzandosi di soffocare la propria gelosia fino all’« Ite missa est ».

Ma, dopo la cerimonia in questione e le ramanzine del predicatore…, il bambino, fantasioso ma onesto, attendeva ancora la risposta della Santa Vergine incastonata nell’altare. Solo nella sacrestia, circondato da oggetti sacri e da peccati fantasma, riponeva meticolosamente gli accessori liturgici del prete, quando fu incuriosito da un curioso libro sacro.

In fondo al cassetto, sulla copertina del manoscritto, una Maria affascinante e scintillante sembrava salutarlo! Un miracolo di bellezza! Sì! Solo per lui, la sua Maria esaudiva il suo desiderio! Poiché Henri aveva appena imparato a leggere, e per di più era dislessico, decifrò con estrema lentezza le informazioni fondamentali. Teneva in mano il suo messale rilegato e rivelatore, il suo personale libro sacro, mentre vagabondava a caso tra le parole.

— P… L… A… Y… B… O… Y… : Playboy! – M… A… R… I… L… Y… N… M… O… N… R… O… E… : Marilyn Monroe!

Trattenendo il respiro, sopraffatto da una grande emozione, aggiunse: — Marilyn, in fondo, è come una Maria!

Convinto che si trattasse di un segno di Dio, come dicevano certi adulti, tacque per alcuni istanti. Questo, per misurare le conseguenze delle sue fantasie e assicurarsi che non fossero da condannare. Nella sua testa si produsse uno scatto memorabile: il membro del clero avrebbe dovuto fare penitenza per quella raccolta di icone.

— Don Tourabalais non dirà nulla. Mi ha già detto di prendere tutte le immagini sacre che desidero.

Il bambino divorava con gli occhi la copertina della rivista per uomini.

— Avrei scelto le statue sacre di santa Maddalena o santa Veronica. Ma fare come il parroco, percorrere le navate compiendo la mia “Via dei baci”, baciando sulle labbra le statue delle sante, non posso. Sono troppo piccolo.

Al centro dell’illustrato, un’anomalia per un libro sacro: un foglio pieghevole che notò con grande stupore.

Henri concluse la sua riflessione con un altro silenzio, poi…

— Oh!… I cattivi volevano martirizzare santa Marilyn! Le hanno rubato tutti i vestiti. Pazienza, mi ricorderò sempre di te, come della santa tutta nuda. Mi riconosci? Sono io tuo marito,

concluse, senza immaginare che, più tardi quella sera, avrebbe vissuto la sua prima comunione con l’orgasmo benedetto. Precocissimo!

Questo inganno del destino, questa interpretazione innocente di una semplice rivista, dava inizio a una fedeltà incrollabile a Marilyn Monroe.

Ed ecco che, divenuto adulto, si dedicava a riprodurre la star in dimensioni che riteneva degne della promessa traumatica della sua infanzia.

Ansioso di terminare la scultura, sembrava danzare come Nureyev imitando una farfalla in volo. Rapido come un lampo, ancora una volta scendeva di corsa al piano terra e risaliva precipitosamente al primo piano, per poi continuare fino alla soffitta. Scendere, salire, ridiscendere. Salire o precipitare, arrampicarsi o cadere, non importava il modo. Tutta quella strategia serviva a valutare le proporzioni dell’immensa nuda. E questo nonostante alcuni rumori curiosi, strani e insoliti provenienti dai pavimenti e dalle pareti attorno a lui. Scricchiolii che ignorava, perché era pronto, e il gesso anche.

In soffitta, con in mano il composto finale, ultimo, conclusivo, Henri si preparava a versare la mistura bianca per dare maggiore volume a quel celebre ciuffo sul lato destro del volto dell’opera. Quel ciuffo che faceva credere che l’attrice percepisse solo metà delle cose.

Henri riteneva che l’acconciatura mancasse di volume. Per rendere la sua Marilyn ancora più seducente, più inquietante, applicò teneramente, ma senza alcuna misura, il composto che già andava ispessendosi.

Giusto un po’ più di volume… ma troppi scricchiolii e troppo peso! Ancora un po’… e CRAC!

Seguì un crollo improvviso! Un fragore immenso! Il pavimento del pianterreno si ritrovò nel seminterrato. Alcuni muri si abbatterono sulla statua ormai terminata, che cadde e si sbriciolò come un castello di carte, con lo scultore sotto. Resa troppo pesante, la donna di gesso, ossessione della sua vita, lo trascinò violentemente nella morte.

Una polvere fine e soffocante di gesso si disperdeva lentamente, complicando l’intervento dei vicini agitati. Frugando tra le macerie, scoprirono il corpo inerte dell’idiota milionario nel seminterrato, immobilizzato sotto la testa della statua. Labbra insanguinate sotto labbra secche di gesso, come l’ultima stazione di una via dei baci; un matrimonio in extremis.

In piedi, tutto intorno al cadavere, i vicini impolverati meditavano in silenzio sul futuro della fabbrica e della città.