« Mi domando se tutti noi moriamo dimenticando qualcosa », si sentì pensare Henri Toutrec, osservando più in basso uno stormo di anatre. « Forse è il segno che, nella vita, a volte si cambia pelle con un semplice colpo d’ala? »
Si sollevò ancora più in alto. All’altezza dei nembostrati, il lungo movimento che lo trascinava verso il firmamento s’interruppe bruscamente. I suoi commenti inutili cessarono con quell’ultimo viaggio.
Gli apparve allora un ambiente strano e del tutto nuovo.
— Buona eternità, amico! Avete la parola d’ordine? chiese un angelo che lo osservava da dietro un paio di piccoli occhiali.
L’essere celeste aveva una testa da lettore, forse persino la vostra. Vestito con una toga bianca molto ampia, che gli scendeva fino a metà polpaccio, stava in piedi davanti a un leggio di ghiaccio color cioccolato. Dietro la guardia alata si stendeva un’affascinante scenografia di biblioteca municipale, simile a quelle delle grandi città. Vi si trovavano libri con copertine di cristallo e pagine di vetro, flessibili come se fossero fatte d’acqua o di qualche strano gel. Quei volumi, di tutte le dimensioni, si aprivano e si chiudevano a seconda dello sguardo. Più in alto, ventilatori fluttuanti, con pale di fiocchi di neve, lasciavano cadere di tanto in tanto minuscoli arcobaleni.
— Come?… Esigete una parola d’ordine dopo che la morte è passata? replicò Henri, più lucido in quell’istante che durante tutta la sua vita. Dicendo questo, si pizzicò un dito per verificare se fosse davvero morto. Pizzicarsi senza provare dolore lo divertì moltissimo.
— Su, fate in fretta! Non ho soltanto questo da fare! Accogliere anime smarrite con un abaco appeso al collo! Ma guardate un po’ in che stato siete! dichiarò allora l’angelo, consultando con aria annoiata varie versioni contraddittorie di alcuni libri sacri molto quotati.
Un filo d’arcobaleno sfiorò delicatamente le sue ali impeccabili. Come se si pentisse di quella rara bruschezza, l’essere si sforzò di diventare più chiaro, più delicato. Educazione reverente.
— Carissimo signore, abbiamo il grande onore di presentarci. Per il momento, il nostro augusto nome è Pelures de Patates, annunciò l’angelo con una risonanza un po’ vuota, ma con un’intonazione finalmente degna.
— Che nome stupido! reagì coraggiosamente Henri.
— Condividiamo la vostra opinione. Ma non possiamo farci nulla. Qui ricicliamo tutto! Le cose, le lingue, i nomi e perfino le frittelle. Ne paghiamo il prezzo dello spreco degli uomini e di altre intelligenze. Ma non mi cruccio: l’Ordine degli angeli ci autorizza a cambiare identità in qualsiasi momento.
— Formidabile! Anche a me piace adottare nuovi stili. Ma se cambiate nome, come fate a essere certi che un altro angelo non abbia scelto la stessa etichetta?
— Se accade, allora ci prude il naso e, avvertiti da quel fenomeno, cambiamo subito nome. Tutto qui! Ripeto: avete la parola d’ordine?
— Avete qualche indizio?… uno storico? chiese a sua volta il brav’uomo.
— Se vi riveliamo qualcosa della parola d’ordine, la vostra intuizione e il vostro spirito deduttivo si affineranno. Chi lo sa, potremmo perfino prenderci qualche bacchettata sulle nostre augustissime dita, replicò Pelures de Patates, soffiando dolcemente verso uno scaffale della biblioteca.
Un prezioso opuscolo si mise allora a fluttuare in dolci zigzag fino a Pelures de Patates, che lo aprì con un semplice sfioramento alla pagina desiderata.
— Ma dobbiamo verificare alcune cose…
Poi l’angelo cominciò a leggere…
— La parola d’ordine fu concepita e votata dall’Ordine degli arcangeli dopo il celebre caso di Patouchalapomme: un angelo sonnambulo che, durante uno dei suoi spostamenti inconsci, si ritrovò all’inferno. Fortunatamente, ancora addormentato, ritrovò la strada e fece ritorno. Questa protezione esiste anche per contrastare gli indesiderabili astuti come voi, che potrebbero usare l’ingegno per introdursi nel nostro luogo pacifico. Ma se siete uno di loro, il vostro nome è scritto alla fine di questo libretto…
Poi ne sfiorò delicatamente la copertina per accedere alla sezione dei registri. La pagina era vuota. Non c’era nulla.
Pelures de Patates diventò blu per l’imbarazzo.
— È vuoto!! Nessun nome! Né il vostro né uno dei vostri alias! Nessuno! Non è normale che vi troviate davanti a noi.
Pelures rifletteva nervosamente.
— Non avevate forse una piccola intenzione disonesta di ingannarci? Siete davanti a noi, non risultate registrato come individuo furbo e non conoscete la risposta.
— Se avete tutte queste difficoltà a ritrovare il mio nome nei vostri libri volanti, sarà sicuramente perché sono stato maledetto dal curato Tourabalais. A meno che non sia stato uno stormo d’uccelli a deviare la mia anima. Ditemi… quelli che arrivano qui, come fanno a conoscere la risposta? intervenne Henri, senza malizia né inganno.
Il custode divenne blu dall’imbarazzo. Non poteva arrossire, poiché, qualunque sia l’emozione, il blu è il colore che tradisce gli angeli. Respirando dolcemente, Pelures rifletteva sul modo di scoprire un eventuale inganno. « Devo forse rivelargli che “Hou doudla dildli” è la parola d’ordine? » pensava l’angelo, cullando i suoi neuroni angelici con quella chiave infantile.
— Potrebbe diventare noioso, ma mi piacerebbe prolungare l’eternità qui. Potete evitarmi di finire allo spiedo per nutrire il diavolo? mormorò Henri, per spezzare il silenzio che stava raffreddando l’atmosfera celeste.
Risata dell’angelo.
Henri aveva notato che l’angelo non lo guardava mai negli occhi, ma fissava incessantemente la sua fronte quando parlava.
— Ho ancora gli occhi? esclamò Henri, controllando con le mani nervose l’integrità delle proprie orbite.
— Ah! Ah! Ah! Ih! Ih! fece l’angelo, scoppiando a ridere.
Seconda risata dell’angelo, che sembrava restare sulla difensiva e appariva perfino un po’ teso. Continuava a fissare la fronte dello scultore dilettante. Non avrebbe dovuto ridere, perché se un serafino, un arcangelo o qualunque altro guardiano in servizio ride tre volte, si verifica una sorprendente trasformazione: si metamorfosa in un fiore di loto e medita per ore interminabili sulla serietà del proprio lavoretto. Doveva quindi tenere bene a mente le sue due risate precedenti.
— Ma…! Che cos’ha la mia fronte?… Quando parlo con qualcuno, mi piace che mi guardi diritto negli occhi!… esclamò Henri, con tono alto e un’evidente mancanza di tatto.
Quella reazione quasi infantile e profondamente emotiva di Toutrec fece prudere l’angelo, che doveva assolutamente evitare una terza risata… Scosso nel suo dovere, ma non ancora vinto, Pelures si riprese subito.
— Non vi preoccupate, signore, avete tutti i vostri organi. Quando un’anima si rivolge a noi, anche la più pura, ne verifichiamo sempre l’integrità scrutandole la fronte.
— Un terzo occhio? Ho capito… intervenne allora Henri.
— Esattamente! Finché non abitate formalmente il paradiso… esso resta sempre visibile. Insomma! Fissiamo attentamente la pupilla di quell’occhio. Se si dilata, abbiamo la prova che il nostro interlocutore ci mente. Se si restringe, allora ci inganna comunque, spiegò l’angelo, con una punta di sarcasmo.
— È assurdo! Come fate, allora, a distinguere il vero dal falso?
— Riconosciamo la verità dai battiti regolari di quella terza palpebra.
— E se vi dicessi, io Henri Toutrec, che non sbatto le palpebre e che porto una lente a contatto sul mio terzo occhio!
— Non avete battuto ciglio affatto. Tuttavia, la vostra pupilla si è dilatata quando avete pronunciato “sbattere” e si è ristretta subito dopo su “lente a contatto”. Inoltre, usate uno pseudonimo.
Henri, circospetto, per essere certo d’aver udito bene, si tastò il capo, cercando un’ipotetica terza orecchia.
Spiazzato. Improvvisamente muto.
— Dimentichiamo per il momento la parola d’ordine, signor Toutrec. Qual è il vostro vero nome? Ehm… intendo dire i vostri doppi, se non addirittura le vostre molteplici personalità, insistette l’angelo, che, riprendendo l’interrogatorio, sbatteva le ali per dissipare le vampate di calore che Henri gli provocava. I ventilatori di fiocchi di neve non bastavano più.
— L’ho dimenticato! canticchiò Henri, come se volesse fare uno scherzo di cattivo gusto.
— Ah! Il vostro vuoto di memoria è simulato, perché la vostra pupilla si è…
…non fece in tempo a concludere de Patates.
— Per conoscere il mio vero nome, non dovete fare altro che soffiare sui vostri libri. Vi risponderanno, ribatté Henri.
— Il vostro nome! esclamò l’angelo, puntando un braccio verso l’inferno.
Quel gesto d’autorità suscitò in Henri l’espressione di un bambino che si è appena fatto pipì addosso. Temendo di offendere ancora il suo interlocutore, controllò rapidamente e con discrezione l’assenza di ogni minzione. Poi rivelò nome e cognome.
— Nom de Plume, rispose il sindaco di Joujou City.
— Come? fece l’angelo, chiedendogli di ripetere.
— Nom de Plume! Il mio nome di battesimo è sempre stato Nom, e il mio cognome è sempre stato de Plume. Questo, fino al momento in cui l’ho cambiato. Non è poi così brutto, come si dice sulla Terra.
Visibilmente, l’angelo si tratteneva dal ridere, perché non doveva farlo.
— Lo trovate divertente? Io, se mi avessero battezzato Pelures de Patates, non riderei così tanto. E… e… mi sentirei a disagio nella mia buccia di patata. Ecco! E… per favore, un ultimo desiderio, prima che cominci a sentire odore di bruciato: chiamatemi Henri, perché con quel nome sono morto.
— Scusateci, signor Nom de Plume e altri alias. Dovevamo pur sfogare qualche frustrazione. Io e i miei confratelli ci prendiamo talmente in giro per i nostri rispettivi nomi. Scherzare sul vostro era naturale, una tentazione irresistibile. D’ora in avanti dovremo sforzarci di non farci scoppiare la milza dal ridere. Perché una regola celeste afferma: « Nessun angelo addetto all’accoglienza deve mai ridere più di due volte, quando è in servizio. »
— Perché? Ridere fa bene alla salute. E alla santità?… intervenne Henri, intuendo perfettamente la debolezza del suo interlocutore.
Seguì una breve pausa. Come se ciascuno dei due cercasse di studiare meglio l’altro.
— In realtà, ignoriamo completamente le ragioni che hanno spinto gli angeli funzionari a redigere questo codice etico. Ammettiamo che sia piuttosto singolare, e stupidamente ve l’abbiamo rivelato.
— È lo stesso sulla Terra. Quanta burocrazia!
— Confessione per confessione, signor Henri Nom de Plume Toutrec, non avevamo mai contratto gli zigomi in servizio. In realtà, siamo soltanto una nuova leva. Abbiamo dovuto sostituire all’ultimo istante, con le ali sollevate, l’arcangelo di guardia, che ha ottenuto un permesso speciale per un esame di fluido angelico. Bene! Il mio rapporto includerà anche che questa insignificante battuta su « Nom de Plume » mi ha leggermente solleticato l’ugola. Ma non ho riso per la terza volta.
Pelures si ricompose e tornò serio, quasi austero. Un’aria da tragico in un ruolo macabro. Cercava di ricordare.
— Abbiamo dimenticato un piccolo dettaglio. Dobbiamo verificare il vostro percorso prima di mandarvi all’inferno. Siamo obbligati a lasciarvi raccontare la vostra vita, un po’ come l’ultima sigaretta concessa al condannato. Immaginate di consultare per l’ultima volta il vostro psicologo.
Henri commentò…
— Sulla Terra, quando si consulta uno psicologo per un ultimo colloquio, i motivi sono due: o si è al verde, oppure, tra una seduta e l’altra, il terapeuta si è unito a una setta. Io adesso vi racconto la mia vita, senza rovesciarmi addosso e senza versarvi un soldo. Dove devo sdraiarmi?
— Moderate le vostre buffonate. Ci rifiutiamo di ridere. Pfff…! Del resto, trasgredire questo regolamento avrebbe conseguenze che conosciamo fin troppo bene. Che aspettate a cominciare, signor de Plume? martellò l’angelo.
(Poiché le percezioni temporali dei lettori e del narratore differiscono da quelle degli angeli e di altri abitanti dell’eternità, il riassunto che segue si rivela indispensabile.)
Henri nacque dunque un ventinove febbraio. Banalità. I suoi genitori, entrambi alcolizzati, soffrivano del morbo di Alzheimer. Altra banalità. Il barone e la baronessa de Plume lo dimenticarono in un vecchio orfanotrofio dopo essersi visti respingere la propria richiesta di adozione. Henri aveva allora quattro anni, ed era il suo primo compleanno…
Per anni, la direzione dell’orfanotrofio cercò di trovargli una famiglia affidataria. Malgrado una timidezza patologica, Henri utilizzava buffonate efficaci per evitare di essere scelto. Davanti a potenziali genitori adottivi chiamava “papà” il direttore, non senza aver prima assunto un efficace lassativo rubato nella farmacia dell’istituto. Abile, riusciva così a farsi dimenticare per un po’… Ma non dimenticava Marilyn. Un giorno, mentre si fotografavano tutti i bambini dell’orfanotrofio per arricchire una richiesta di prestito, ci si accorse finalmente di Henri. Si trovò singolare che, all’età di vent’anni, portasse ancora il pannolino. Cercava soltanto di mimetizzarsi tra i piccoli orfani. Quella notte, una foto di Marilyn nascosta sotto il cuscino asciugò i suoi lamenti…
Sentendosi respinto, fagotto in mano come Charlot e qualche risparmio in tasca, fuggì da lì.
Dopo giorni di cammino, giunse davanti a un’enorme duna. Là si divertiva con una piccola pala un vecchio che costruiva magnifici castelli di sabbia. Con l’aiuto di un coltellino, su un rametto secco, Henri gli scolpì una piccola catapulta giocattolo. Simpatizzarono immediatamente.
Il vecchio, un miliardario senza alcun erede, progettava intere città sulla grande collina! Chiese a Henri un secondo giocattolo, poi un terzo.
Alla morte del suo vecchio amico, Henri ereditò le azioni, gli investimenti, le proprietà e, soprattutto, la pala del vecchio. Poi fondò una fabbrica di giocattoli.
Il resto lo conoscete…
Alla fine del suo racconto, Henri, con aria decisa, voltò le spalle all’angelo e disse:
— In quale direzione si trova l’inferno? A sinistra? A destra? In basso?… Non vedo neppure l’ombra di un forcone.