CAPITOLO XI
Il sognopata s’interrompe nella sua peripezia. Il velo tenebroso del temporale e l’aggressività del vento simulano il tramonto di un giorno d’escatologia. Dopo aver chiuso le persiane, se ha omesso certi dettagli, Beethoven, lui, non si dimentica. Simultaneamente a un lampo che folgora un pioppo lì vicino, … tra un allegro e un andante…, il sognatore disincantato riclassifica i propri errori e i propri colpi di genio. I casi felici e le seccature più imprevedibili…
Volontariamente rinchiuso nel suo alloggio da due giorni, Damien, prigioniero delle assenze e delle esistenze furtive di Nielle, faceva avanti e indietro quando l’ombra di Carlos filtrò la luce dei vetri della porta. Senza lasciargli il tempo di bussare, invitò a entrare lo studente smaltato di sorrisetti idioti, come se, durante una gara di bevitori, fosse riuscito a detronizzare il detentore di un record Guinness.
— Ciao Damien! Ho mezza bottiglia di rosso. Anzi, …ehm! Diciamo piuttosto che ho la metà di una bottiglia. Mi andava di finire il vino con te. Una storia di vinaccio davanti a una bella chiacchierata. No, voglio dire: fare una bella chiacchierata davanti… Parlare tra amici, insomma! "
Senza dire una parola, ascoltando distrattamente le palabre ridondanti di Carlos sulla qualità pedagogica “…di merda! …” del corpo professionale “…merdoso! …” della sua università “…merdica!”, Damien tirava fuori dall’armadio due bicchieri spaiati. Mentre si prendeva una cura da segugio nel verificarne la pulizia, si domandava se l’ubriacone avesse bisogno di consolazione o se fosse venuto, con furbizia, a verificare il suo equilibrio morale e a tastargli i problemi.
Carlos ingurgitava il vino. Damien lo beveva appena, a fior di labbra. In quell’atteggiamento, discussero dell’effetto dell’assenzio un tempo…, dello scotch o del whisky a metà secolo…, e delle droghe attuali sui grandi artisti. Inghiottendo l’ultimo sorso e deviando, grazie al vino corposo, dai suoi discorsi pretenziosi di apparire un giorno come il nec plus ultra dei creatori di fumetti, anticipando persino di ricevere il premio “Yellow Kid”; il sognatore non poté impedirsi di interrogare Carlos. Di chiedergli delle conseguenze che non aveva avuto la sua poesia. Tuttavia tacque la forma dello scritto per evitare ogni sospetto di plagio.
— Sai se Nielle ha ricevuto la mia ultima lettera? … Sono tormentato, non ottengo mai risposta!
— Non ne so niente! … Nielle, io non la vedo mai! Vedo soprattutto sua sorella. È lei che vive lì, adesso, almeno credo…"
Carlos era arrossito e quella sfumatura, che accordava al suo viso lo stesso colore del suo naso da brandy, si cancellò soltanto alla fine della risposta.
Quell’ipocrisia manifesta sembrò far arrossire anche il volto stupefatto di Damien. Anche a lui il sangue saliva alla testa. A prima vista, quel tranello sembrava essere stato dettato sotto l’influsso dell’alcol, ma mirava ostensibilmente a seminare il dubbio.
— Credi davvero che non abiti più lassù? … Ma i suoi passi e la sua voce che sento, … ? Dimmi, Carlos, sto diventando pazzo? …
— Non preoccuparti, perfino Matusalemme sapeva che tutti erano pazzi da far schifo. _ Bene, … devo andare…! Grazie per il rosso, il prossimo giro lo offro io. "
Un po’ incoerente, lo studente devastato dall’immondizia della sua menzogna si ritirò, contrito, in una lieve ebbrezza… (?)
Rabbioso e amareggiato dall’incertezza sollevata, Damien inseguiva e braccava Carlos col pensiero nella scala; arrivando perfino ad augurarsi di sentirlo ruzzolare giù e poi alleviare la caduta con bestemmie a ogni fine d’ascesa.
— Ecco, ancora quattro gradini prima che cada. Tre, due, e più uno solo…! — Sono contrariato, non inciampa. È immobile sul pianerottolo. Povero Carlos, deve cercare di riprendersi per non perdere l’equilibrio. No! Gira a destra per rientrare da lui. Ma la destra! È la direzione… dell’alloggio di Nielle! "
Chiaramente, due voci sopra di lui risuonarono come due strappi in stoccata che massacrassero la pelle di un tamburo, arrogandosi ciascuna uno dei suoi timpani. Quella della sua musa sferrò il primo colpo.
— Damien mi ha scritto? … Ho sentito!
— Sì, dice che ti ha mandato una poesia.
— Ma non ha mai pronunciato quella parola! Parlava di lettere, soltanto. Come fai a sapere che si trattava di una poesia? …
— Io… dicevo così…! Come, riesci a sentire di sotto? …
— Sì, e allora…?! … Chi sei tu per permetterti di intercettare la mia posta? " Nielle era furiosa. Così esasperata che le sue parole, sembrando aggrapparsi al collo di Carlos, non avrebbero potuto allentarsi se non nel momento in cui egli avesse confessato la propria viltà.
Scoperto e impotente, proclamò la propria innocenza svelando, indifferente, una manovra di cui non era l’artefice. Faceva la spia.
— …È Lou! … È lui che mi ha costretto. Mi ha imposto di agire così. Lo giuro!
— Non voglio più che questo si ripeta. È chiaro? … Che si tratti di lettere di Damien o di chiunque altro! … Hai capito? … Quanto a Lou, non perde nulla ad aspettare. Al momento opportuno lo interrogherò per sapere se dici la verità! "
Se la conoscenza di quel fatto aveva confuso d’incredulità l’udito di Damien, quella rivelazione sottostante — che anche Nielle raccoglieva frammenti della sua intimità — gli aveva congelato gli occhi. Pur arricchito dalla propria indiscrezione, non cercò di cogliere il contenuto del resto del turbante e confondente scambio fra lo studente e la sua musa. Si sforzava di liberarsi dall’amarezza che lo invadeva. La collera e il desiderio di vendetta si scavalcavano, si urtavano.
— Ho male! " pronunciò, soffocandosi nel silenzio.
Per evitare di piangere, temendo che lei lo sentisse, si confortò con quel caso che gli aveva permesso di chiarire il mistero dei suoi dolci biglietti naufragati. Quella scoperta della tattica velenosa aveva evitato a lui di fare naufragio verso la rinuncia alla sua musa e alle sue future elegie.
L’ampiezza di quella felicità di cattivo artificio venne meno, cedendo sotto la pressione di una diffidenza che da poco lo teneva in pugno. Lo sfoggio delle allucinazioni uditive. Il suo desiderio era stato così potente, così violento, da fargli immaginare Nielle camminare, volteggiare, ridere, vivere nel proprio rifugio e perfino conversare con qualcun altro…, come con Carlos negli istanti precedenti? Era già troppo tardi? …
Il dolore di Damien era così grande, così sorprendentemente acre, che faticava a frenare le proprie divagazioni, a impedirsi di sputare il suo rancore su vicini astratti ma suggeriti.
— È per piacere al diavolo, per accarezzarlo nel verso del pelo della bestia, che avete convenuto un patto collettivo? … Una pergamena invisibile macchiata e controfirmata dai vostri inganni, a provare il vostro appoggio incondizionato al male. L’annientamento della vostra coscienza e della mia ragione. L’omicidio volontario a fuoco lento d’inferno!
Esseri fetidi! … Come posso evitare la paranoia? Sono preso in trappola da voi, inquilini di sopra, e da voi, miei vicini di sotto. Voi tutti mi dimostrate crudeltà.
I Brouillette, … ogni volta che pronuncio “Nielle” davanti a loro, informandomi di un incontro di cui lei avrebbe potuto onorarli; mi rispondono tutti senza eccezione, svicolando: “Nielle? … Nielle chi? … Di chi vuoi parlare, Damien? …” No, ma! — Sono più di due anni che lei paga loro regolarmente l’affitto. Il denaro forse non ha odore, ma si palpa! — Per chi mi prendete? … Quali sono i vostri scopi? … D’accordo, uno sregolamento della mia personalità ha triturato la mia anima, e non nego di essermi preso per Kristos! … Forse non lo sapete; l’ho congedato…! Scomunicato dalla mia follia.
Allora, a che serve farmi soffrire inutilmente? … La crocifissione psichica? … “La cosa?” mi direste! "
Damien, rifugiandosi nel letto, attutiva l’eco dei suoi pianti nel cuscino e intervallava i lamenti con analisi sempre più torturanti. Ritrovare una respirazione normale? Difficile! Ai suoi sforzi si opponevano pensieri divoranti dalle conseguenze illogiche.
— Derisorio! Mi sgozzano come un agnello sacrificale, velandola di una protezione che non meritano di applicare. Nessun pericolo da contenere, da prevenire, poiché nessuna fermezza, nessun coraggio mi solleva contro le loro buffonate. Il confronto mi spaventa; sono un codardo.
Come raggiungere il mio amore da ora in poi, sfiorare il suo spirito, soggiogare la sua anima? Scriverle? Perfino una poesia epica sui miei sentimenti per lei sarebbe vana; l’opera rischierebbe l’intercettazione nonostante gli avvertimenti. — Vederla? La nascondono, la seppelliscono sprofondando essi stessi nella loro spregevole astuzia.
Come recuperare quelle parole perdute e rubate che salvaguardavano la speranza di raddrizzare la mia vita; quelle che consideravo un tappeto rosso srotolato fino alla mia musa? … Trascenderne la perdita, sublimarne il massacro, arricchendo lo spettro di quei verbi decaduti con la minima nota, con le vibrazioni più significative. Non stancarmi di scriverle… attraverso questa musica che le imporrò. Non avermene, sto così male. "Hard headed woman. "
***
Il plesso solare geme; diventato come un’identità indipendente. Il sognopata si raggomitola sul suo inseparabile divano. In esecuzione sulle sue sinapsi: la memoria, il suggeritore del teatro della sua vita.
Il temporale è intenso. La pioggia si gemella schizzando sul suolo, come minuscole e innumerevoli fontane di lacrime che si riassorbono. La volubilità interiore si reinstalla nell’anticipazione di una gioia che verrà a eccitare i suoi neuroni già sovraccarichi. Nel suo orizzonte si disegna la silhouette di messaggeri insperati venuti da altrove, come da un altro pianeta. Il mondo hertziano.
Damien aveva arricchito la sua discoteca di novità; ampliando così i suoi modi di recapito, sotto forma di decibel, tra dischi presi in prestito da amici. Già selettivo, Damien sarebbe diventato eclettico. Misurando le ripercussioni di ogni canzone sui sentimenti della sua musa, ne valutava le emozioni trasmesse dalla musica. Progettava di dipingere il quadro dei suoi sogni in modo esaustivo. Supputava come un attuario; estrapolava come un futurologo, persuaso che da quelle lunghe ore d’ascolto almeno un’onda avrebbe attraversato il cuore di Nielle. Il discofilo giubilava delle proprie evocazioni musicali. Poi, come un disc-jockey, diede inizio all’euritmia destinata all’avvenente. Le reazioni? Sapeva che non le avrebbe viste, né udite, né rapite, ma per mania, meglio, per fissazione, le immaginava.
La sua coscienza e la sua integrità si sgretolavano. Corrompeva la propria morale e se ne discolpava con moventi candidi e rassicuranti; sapendo che con quell’astuzia si comprometteva in una tortuosa e sleale molestia. Talvolta impavido, si batteva tre pugni sul petto; vacillando nell’ignoranza dell’errore, si prendeva contemporaneamente in giro: "Ho scelta? … Ho scelta? Ho una grandissima scelta? … Così sia! " Convenendo della ripugnanza di ricorrere a quel maneggio, giudicò che si trattasse, fondamentalmente, del minimo.
Ricorse a tutte le forme, a tutti gli stili musicali. L’ingenuità della musica popolare e il dinamismo del rock; l’anima vaporosa di certi jazz e di molti blues; la notorietà dei classici e le verità, talvolta messianiche, dei grandi cantautori. Nelle sue proiezioni, chiamava le altre Muse dell’universo affinché gli sussurrassero quelle parole ignorate dalla sua anima, quelle parole che gli davano il coraggio di dibattersi.
— Nielle, amore mio! Sì, ho l’impertinenza di continuare a evocare questo sentimento di cui preferiresti l’abduzione immediata e definitiva! Ti amo, ma è troppo tardi, perché l’apertura di quest’ode multiculturale è il tuo trovatore elettrico, Cat Stevens, i suoi testi e la sua voce che assapori e che ti disarcioneranno. È lui che la avvia. Ascolta "Hard headed woman…! "
Quel giorno, senza che apparisse nell’atmosfera l’ultima nota, Damien si autorizzò una pausa per appoggiare, sottolineare, giustificare col silenzio l’impatto e la veridicità della canzone. Una mattinata invecchiava, poiché qualche secondo aveva appena fatto smorfiare l’undicesima ora. Nell’attesa, nulla per attenuare quella ferita causata dalla sua esclusione, se non i passi di Nielle. Ma la possibilità di un inganno avrebbe revocato la certezza.
— …E se quei passi non fossero, in qualche modo, che una parata d’imitazione? La lega dei seminatori del grande dubbio coltivato, manifestando e operando per ingannarmi? No! … Impossibile!
Quei passi le somigliano troppo… Il mio cuore non può che convenire della sua presenza; armonizzandosi, battendo alla velocità dei suoi spostamenti. Un codice ritmato.
Là, … fa colazione e il mio polso si nutre del suo risveglio_ Ha terminato; si dirige verso la camera per vestirsi, truccarsi, profumarsi, … palpita! — Ora ne esce, passa in salotto, s’immobilizza vicinissima al suo stereo… il mio cuore non trasmette più…! Mai, prima, ascoltava musica di mattina! "
Damien si issò sul divano, in piedi a piedi uniti, quasi sulle punte, per avvicinarsi alla musicalità leggermente filtrata dal soffitto. Quella posizione, sulla soglia dello squilibrio, era scomoda. Come con la chiaroveggenza di un indovino che prevenga un incidente, Nielle aumentò il volume del suono.
Senza smettere di tendere l’orecchio, si risedette, domandandosi se quell’attenzione, per quanto involontaria fosse, non gli segnalasse direttamente la rabbia e l’imbarazzo in cui l’aveva, egoisticamente, catapultata. Tuttavia riconobbe il celebre "Let it be" dei Beatles.
Le sue conoscenze della lingua inglese erano limitate e, anche se canticchiava stonato, ciò non gli impedì di tradurre per modulazione secondo le proprie capacità. "È così! Lascia andare! È così…! " Quell’aria gli ricordava l’adolescenza, ma anche un’intrusione che non aveva avuto luogo e danze folli e immaginarie con Nielle, tali da far tremare le stelle. Si ricordava dell’inesistente.
Non essere il disc-jockey gli risultava piacevole. Approfittò di quel piacere interessandosi al brano seguente, "Across the Universe".
Improvvisamente le sue orecchie furono infastidite da fluttuazioni nell’intensità del volume. Nielle si divertiva ad affievolire le strofe, accentuando il ritornello. Quelle variazioni scandite lo irritarono, ma se le spiegò con un apprezzamento singolare di Nielle per quel passaggio: "Nothing’s gonna change my world"_ (Niente cambierà il mio universo!)_ Quella frase scintillava, discriminava ampiamente le altre. Quella segregazione sonora inclinò Damien a credere che lei gli stesse rendendo pan per focaccia. Fine del pentagramma, fine delle misure. Due soli vecchi successi. Nielle tolse il disco e ne scelse un altro.
Imbavagliato! Siderato! La nuova scelta della sua bella lo abbagliava da vero ectoplasma. Eppure, a sua insaputa, lei tentava di esorcizzarlo con l’assistenza di Léo Ferré, il poeta supremo denunciatore dell’ingiustizia sociale e della stravaganza perfida: "Avec le temps, tout s’en va… on oublie…"
Da lei suonarono, il che la obbligò a muoversi. I suoi passi, come un metronomo, indicavano la cadenza del cuore di Damien. Aprì a Marc, il suo amico e consigliere…, poi andò ad abbassare il volume, quasi impercettibilmente.
— Come stai, Marc?
— Molto bene, e tu, Nielle, stai bene? … Sei pronta? …
— … arrivo subito! " diceva, spostandosi verso la camera per prendere la borsetta.
— Nielle, c’è un disco che gira, vuoi che spenga l’impianto…?
— No! Lascio finire la canzone.
— Perché?
— …mmm… perché…! " rispondeva a Marc, con una voce dolciastra. Poi evitò una litania di canzonature aggiungendo astutamente "…rischiamo anche di accumulare ritardo… col tempo, se non partiamo. "
Chiaro e netto per il sognatore. Quella risposta dava forma tangibile al gioco della sua musa. Si era appena compromessa, confessando involontariamente l’intenzione determinata di comunicare.
Nielle e Marc se ne andavano. La porta si richiudeva dietro di loro.
Registrato durante una performance in sala, il canto di Ferré, ghigliottinando i noduli del tempo, imbottì il ritorno alla solitudine di Damien fino agli applausi, fino ai richiami degli adoratori interrotti dalla tecnica.
Bruscamente, come verso lo scioglimento di un sogno quando, alla sua fine imminente, s’impone una conclusione subconscia, Damien analizzò i fatti ed estrapolò sul modus operandi della sua musa. — Paralizzata! — Per quanto insolite e fragili potessero essere le sue comunicazioni interlope, avevano dato frutto.
— Bull’s eye! Ho colpito il mio incantevole bersaglio! La mia teoria del messaggio di plastica portato nelle onde diffuse dall’altoparlante; per quanto folle e perfida potesse essere quell’ipotesi, si cosparge d’efficacia! Giubilo! — Anche se Nielle mi ha trasmesso che "Niente cambierà; che col tempo tutto si cancella; e che è così!" Lei mi ha risposto!
Quella delicata attenzione, quella tenerezza velata, si esclude necessariamente dalla pietà? Sono inconciliabili? Poco importa, io che credevo che lei non mi amasse affatto… Che piacevole smentita!
Ma c’è un malinteso! Legato, fregato, combinato come l’asso di picche, non per questo sono meno re di cuori; perché mai il tempo bandirà i suoi occhi dalla mia memoria. L’amore non si espelle da un’esistenza, da un essere, avvilendo come per biopsia quel mirifico sentimento. Nessuna chirurgia, per quanto precisa sia, nessun bisturi, per quanto incisivo sia, può potarne, reciderne la cicatrice. Il gesto ravviverebbe la piaga senza sollevare l’operato, ricordandogli, nel dolore, che l’amore si crogiolerà nascosto nel suo spirito fino alla morte di entrambi.
***
La Quinta solca l’udito del sognopata. I bassi potenti e trascinanti titillano le membrane degli altoparlanti mediocri. Vibrazioni disturbanti massacrano la sua unica e accessibile delizia.
Nonostante la somma d’immagini agglutinate, rinchiusa nella sua vecchia stanza, non ha ancora trovato l’errore; quello spazio-tempo definito che l’avrebbe agganciato, impalando la sua vita, sopprimendo altri legami. È inquieto, la fine del termine temerario si avvicina…
La sua gatta faceva le fusa tra le braccia mentre lui faceva la guardia alle finestre; reciprocamente, si procuravano sicurezza e affetto. I paesaggi della strada e del cortile interno, li avrebbe disegnati a occhi chiusi, tanto, per distrarsi durante le attese, li sbucciava e ne raccoglieva i dettagli.
— Dopo questa associazione Beatles-Ferré, tu vivi in me, lasciva, invadendomi di una gioia eccezionale e avidamente misteriosa. Non devo più abbassare le palpebre né nemmeno battere ciglio per immaginarti: sei lì, persistente tanto dentro quanto fuori dal mio respiro. Sei più presente che mai. Paradossalmente, tuttavia, lascio che il mio viso crei aloni di grasso e sudore sul vetro, sperando nella tua venuta. "
Angoscianti, quelle chimere con cui nutriva il proprio tempo. Implacabilmente, incoraggiavano quell’inquietudine caustica che lo tormentava. Essa lo pietrificava quando si trovava confrontato agli stordenti maneggi dei vicini. Davanti a loro, alle loro menzogne, alle loro obiezioni rifinite da una morale di condanna, preferiva mentire per omissione, ingannarli col silenzio e con le reazioni che comprimeva, recluso nel proprio rifugio.
— Che delizia sarebbe sorprendere Nielle sul fatto e sventare Lou che la camuffa. Lui, gli sgozzerei l’orgoglio, me ne frego! Ma lei, intimidirla, mai! Eppure tutti e due provano un piacere maligno a ingannare la mia vigilanza…
…Quasi ogni mattina, egli trasporta, col braccio teso verso l’alto, un abito sostenuto da una gruccia di metallo e ricoperto di cellophane. Come se uscisse dalla tintoria. Scendendo la scala, sposta progressivamente il suo carico all’indietro, cambiandone così l’angolo a ogni gradino. Tutta quella disciplina per nascondere i movimenti di Nielle, che si dissimula dietro lo stesso costume sempre ben stirato. La sera, al ritorno, … stratagemma identico.
Stupidità! Dalle prime nevi, il sotterfugio non è praticabile. Inutile dire che lasciare quattro orme quando si è umani, dunque bipedi, crea un effetto bue.
Che pensare dell’effetto “uovo”? … Chi generò l’altro? … La gallina? … Questa domanda è forse un guscio vuoto? — Mia ripete lo stesso ritornello, senza cambiarne neppure uno iota, per indurmi a credere che sua sorella ha: “…forse…”, davvero lasciato i luoghi. In questa condizione, che cosa motiva i giochi a nascondino? Le messinscene e quelle risposte che costellano l’ambivalenza e la certezza? — Le sue battute studiate, sfiorando la concertazione e zeppe di sfida, mi inclinano a stimare che Nielle viva lassù quando non c’è, e che sia presente quando in realtà respira altrove? Il suo scopo è risolutamente far crescere il mio scompiglio, nutrendolo d’ambiguità per pungolarlo verso il panico, al fine di concentrarlo in un magma pericoloso? … Affinché più tardi vi sia un’abreazione di cui non potrei connotare la fonte?
Chi può, con dignità e franchezza, informarmi di Nielle? … Mia? Carlos? Lou? I Brouillette, vicini di sotto? … Alcuni di loro mentono con una facilità così sconcertante da trascendere la menzogna fin nei loro comportamenti viziosi.
Come se schioccassi le dita…, non devo far altro che pronunciare “Nielle”; da quel momento li attiro nei loro sofismi. Nell’istante stesso in cui il nome del mio amore vibra nell’aria, un leggerissimo sorriso distintivo si abbozza pigramente sui loro volti, poi evacuano attraverso gli occhi scintillanti l’ironia e il pallido disgusto per la mia persona.
Dopo questo stadio, viene il mio stupore. Le loro bocche (… chi avrebbe creduto che lo fossero…), si spalancano completamente; le labbra fremono in un tic sincronico. Infine, dall’ampiezza dei loro pestilenziali orifizi si notano le papille gustative, che, come fiori carnivori, si spalancano per gustare meglio il loro odio e il loro dispetto. La loro fame del più debole. "
***
Karajan e l’orchestra sinfonica di Berlino proseguono con l’andante con moto. Anche se i venti del temporale perdono velocità; nelle loro passioni, i musicisti sono veridici. La simbologia della morte rimane una costante nel temporale, nella musica e nell’anima del sognopata. Il suo desiderio di un’estrazione cosciente di quei tumori del passato guadagna volontà, per disperazione…
Era seduto in cucina? … Disteso sul divano? … Sdraiato sul letto? … In piedi, davanti alle finestre? … Immobile nell’atelier? … In seguito ai suoi numerosi avatar, non operava più; la sua immaginazione imputridiva nel risolvere il finto ritiro di Nielle.
— L’indipendenza che Nielle mi dimostra, posso comprenderla, perfino condividerla… un poco; ma lei la cavalca selvaggiamente. Con essa calpesta la mia vita, tenendomi per morto, e lì si situa la mia agonia.
Con tutte le mie forze, alieno la maggior parte delle mie emozioni, in disparte, lasciandole soffocare. Quanto a quelle che lottano, finiscono incenerite nel fuoco della mia passione. Questa ebbrezza amara, nata dal guasto dei nostri incontri e dagli sventurati interventi della fatalità. "
Il sognopata soffre meno di quanto fu, più di quanto occorra. Sconta questa severa sentenza imposta dal destino, la condanna ai ricordi forzati in quel bagno penale che è il suo spirito.
La sinfonia si conclude…; del temporale non si odono più che brontolii lontani. Il tempo, secondo la sua instancabile abitudine, continua a scorrere in percezioni differenti, secondo tutte le cose umane.
Il più arduo, il più doloroso, non appare ancora. Il corteo delle ultime “ricordanze”. Istanti sospesi, quelle immagini che farà riemergere e che vorrà riciclare in estasi nella sua memoria guida.
Apre la finestra. L’aria inquinata, la dimentica. Per asciugare la sua acrimonia prende una boccata d’umidità e di tenera freschezza che il temporale ha naturalmente sottratto ai suoi cumulonembi. Poi, tornando al divano, gli gira intorno più volte. Non per sgranchirsi, ma per autorizzarsi all’anchilosi stordendosi, istupidendosi, insensibilizzandosi ancora di più. Cercare più lontano dell’aberrazione pur installandovisi.