e Romanzo 3 - Come FELX
NIELLE
ROMANZO
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CAPITOLO II

Il buio è totale, vi si innesta una musica di sottofondo. Un jazz banale. I minuti scorrono accompagnando le biscrome che vanno a perdersi, una dopo l’altra, sui suoi timpani troppo fragili.

Nell’aria fresca della sera, precipita un profondo sospiro che devasta già le calme fondamenta di quell’atmosfera d’introspezione. Un’autoanalisi attesa, vitale e carica di ritardo. Ma ecco che il jazz “s’inbluesa” e dimentica di indugiare nella banalità.

— Karma maledetto! … Destino, mi soffochi! Ho male all’anima. Il mio cuore è un inganno e le mie lacrime evaporano nel mio hara dannato. "

I suoi pianti, tuttavia, sono trattenuti e bloccati dalla sua inimmaginabile ingenuità, germe di una puntata truccata. Guadagno possibile: un legame inaccessibile.

— La mia forza animale svanisce nei flutti traboccanti della derisione dei miei sogni inariditi. Anche selvaggia, la mia creatività non è un pozzo senza fondo. Merda! Perché sono incurabilmente mortale? È questa l’unica giustificazione apparente dei miei errori? … Il ricorso vigliacco al suicidio non cambierebbe assolutamente nulla!

Tutti questi anni ad aspettare il miracolo di un incontro potenziale, anche solo di uno scambio banale, queste incalcolabili ore fuse per sempre in questo spazio-tempo chimerico. — Il ricordo. — I loro rimpianti imperituri, incisi nelle mie rughe, mi neutralizzano. Devo cancellare dalla memoria questi momenti di luna rossa, di passioni cieche e infantili, in modo definitivo! … Dimenticarti per sempre, amore della mia vita, per riuscire infine a stimare la mia. Perché sono stufo di “autodaféizzare” il tempo. Il mio tempo! "

La registrazione era datata. Il disco aveva subito i segni del tempo… I segni del tempo… I segni… Poco importa l’usura, il ritmo della melodia accelera. Il musicista sassofonista improvvisa nei bassi. L’oscurità dei ricordi si taglierebbe d’istinto.

Damien si definiva da sé un sognopata. Una parola di sua invenzione. L’aveva creata per descrivere il suo male di vivere: un’incapacità quasi morbosa di ricevere la realtà senza trasformarla subito in sogno. Venuto al mondo sognando, da sempre portato da un’immaginazione in iperinflazione, considerava il reale un semplice pretesto all’invenzione.

(Venuto al mondo sognando; sperimentando nella propria evoluzione una “iperinflazione” della sua immaginazione, a priori traboccante; considerando la realtà come un pretesto per sognare; tutti questi elementi lo avevano portato a creare quel neologismo.

Ciò che ignorava è che… quando l’amore o il desiderio di fornicare infiamma drammaticamente un folle del sogno, i sintomi caratteriali decuplicano. Ma tutto diventa anfibologico, confuso, se vede respinte le proprie richieste. La sognopatia diventa acuta. Da quel momento, un triangolo vizioso si struttura nella sua psiche. Una lealtà all’assenza, un ascetismo che gli è devoluto e l’inevitabile caduta nell’ossessione di un’esistenza anacronistica.)

— Dove si nascondono quelli che soffrono di una pena d’amore simile alla mia? Nel buio, come me? Si trascinano nel fango per sprofondarvi come in una palude? — L’intera società non porta forse maschere da Gianni che ride? … E, venuta la sera, rannicchiata nella solitudine per curare le proprie piaghe, resa sensibile dallo stress, non trema forse gemendo: “Ahi! Amore mio, mi fa male!”

L’improvvisazione è smisurata. Al ritmo delle note del jazzista, il sognopata vi appiccica parole in controtempo.

"Dove sei? Che cosa fai? … Pensi a me qualche volta? … Tu, colei che amo, … tu, di cui venero ossequiosamente l’assenza; solo perché essa si rivela l’effigie della tua esistenza nella mia! — Non mi senti sussurrarti i miei desideri in sogno?

("Pronto! … Qui drago blu. Chiamo il mio dolore d’amore… Pronto! …

Ma rispondi! … Niente! … Merda! … Il codice è cambiato con le onde refrattarie.

Pronto! … Pronto! … Qui la sfinge delle tenebre. Chiamo il mio dolore d’amore… Pronto! …

Di’ qualcosa! … Ecco! … Sento, … sì! Sento, ma ridiventa confuso, quasi impercettibile; nullo! Inaudibile!

Inaudibile? Ancora tu, crudele silenzio che mi ritorni come un boomerang. Sono stanco di ascoltarti, linguaggio di disperazione. Che cosa aspetti a fuggire?

Pronto! … Qui un blues nelle tenebre. Un vuoto ci separa… la tua voce di cui sento la mancanza. Dove sei, folle sconosciuta? … Qui colui che non ne può più! ")

Segno della temerarietà di un sognatore malato, egli si concede troppo poco tempo per rivedere tutto, rimuginare tutto. Una sola giornata! Le prossime ventiquattro ore che si ergono davanti a lui come un ostacolo invisibile saranno l’unico testimone dell’escissione. Privilegiando, anche “in extremis”, la riuscita dell’estrazione di questo amore singolare, non elimina il dubbio del fallimento. L’eventualità di un fiasco non emanante dall’introspezione, ma piuttosto da un futuro provvidenziale.

— Annienterò i nostri ricordi comuni fino alla minima molecola. Assassinerò ogni amore che tentasse di rinascere in me. Lo sbranerò come un primitivo scatenato. La mia vita non è forse in gioco? … Sotto tiro! — Fuoco! "

Dalla vecchia catena stereo emergono gli ultimi tremoli. Il disco non gira più. — Il silenzio riprende il suo posto coccolando l’oscurità. Solo il respiro del sognopata, questo suppliziato damienntico, tenta di sottrarre loro il privilegio di esprimersi.

Lacrime ai bordi degli occhi, pronte a esplodere, annunciano in esclamazione il nome della prova.

— Nielle! "

Contatto! Una lampada viene accesa.

Con i capelli scompigliati dalla punta delle sue dita nervose, i palmi delle mani sulla fronte calda, la testa tra le gambe, indossa una vestaglia di spugna blu. Sulla schiena, il suo nome ricamato in bianco gli dà un’aria da pugile sconfitto. Per sarcasmo avrebbe voluto aggiungere il vocabolo del terrore, ma Damien è piuttosto piccolo e perciò evita le risse. Eppure si concentra su un ultimo round.

L’arena: una casa antica dalle finestre con persiane. La luce è azzurrastra. L’atmosfera è blu. Il salotto è bianco. Una stanza stretta, dai soffitti bassi come una gabbia con tende. Soltanto un manifesto ingiallito fa concorrenza ai giochi delle luci urbane che si insinuano dalla finestra: Marilyn Monroe in "Troublez-moi ce soir!". Oggetto indispensabile al suo ritorno all’indietro.

Damien è disteso su un divano simile a quelli degli psichiatri. Un’eredità di famiglia. Il caso! I suoi vecchi erano gente di terra. Suo padre, più operaio che padre; sua madre, più che casalinga. Eppure il mobile è ricoperto da un tessuto di grande qualità. — Ma all’amore non importa nulla! La vittima si interroga!

"Per quale sortilegio mi sono innamorato perfino della tua assenza? Il cielo non mi ha concesso la felicità di vederti davvero se non per un’ora al massimo, nella mia penosa esistenza. Momenti succinti, distribuiti parsimoniosamente su diversi mesi. Oserei aggiungere: interminabile? Come hai potuto sottrarmi l’anima? … Dove? … Quando? … Una domanda trabocchetto. Perché? Un interrogativo che, per le sue conseguenze, supera la mia capacità di rispondervi.

Oggi, … o domani, dovrò scegliere tra persistere e crepare nel sogno, oppure rinascere e vivere. Non posso continuare a essere alla mercé di questa stordente realtà che governa la mia vita. Simile a una candela che bruciasse da entrambe le estremità apostrofando due ombre sottomesse, la mia vita si consuma troppo rapidamente e senza discernimento.

Percepisco già il turbamento amaro della difficoltà di scegliere tra l’originalità del vissuto e il facsimile di un sogno. Sono già doppio…, nel momento della tua apparizione nella mia vita, Nielle?

Mi ricordo che a quell’epoca, nei miei momenti di lucidità, mi identificavo con una scimmia nuda, membro di una società in decadenza. Mentre sotto l’influsso delle droghe mi consideravo un dio diventato membro, per errore, di una società di scimmie in muta in quel famoso villaggio globale di McLuhan. A poco a poco, mi sradicavo da questa sfera dove la febbre del denaro, blindando “ad vitam aeternam” un manicheismo devoluto, non impedisce al terzo mondo di morire di fame. Dimenticando che cosa sia il bene, sottraendosi al male, le altre parti del pianeta, dalle statistiche gonfiate, si ostinano a confrontare i propri paraocchi.

Tuttavia mi consideravo privilegiato a essere povero, quasi senza un soldo. Povero ma non indigente. Il caso della provvidenza mi permetteva perfino di essere l’inquilino di due alloggi. Il primo, dove non distinguevo più la felicità dalla tristezza; il nido familiare. Vi convivevo con Mylène, il mio angelo di donna, che continuava instancabilmente a tollerarmi con una pazienza di cui lei sola conosce il segreto. Vi vivevo anche con Lysianne, la nostra dolce figlia. Lei, la cui presenza rimane l’unico legame che ancora mi attacca alla verità.

Quanto al secondo alloggio, serviva a noi tre da atelier. Non eravamo troppo infelici lì. Mylène vi analizzava i suoi sogni e decifrava le sue scritture automatiche. Lysianne vi faceva tutto ciò che le piaceva, senza restrizioni. In quel luogo, io cogitavo. "

Damien sembra mettersi in posa. Immobile, si ritrova ad anni luce… nello stesso posto. La calma e la pace regnano da re e regina nel cuore dell’atelier familiare.

Lysianne, graziosa bambina dagli occhi bruni e dai capelli auburn, una tinta al confine del rosso, affascinante, si avvicinava a me, suo padre, che meditavo nel mio sacrosanto dominio.

— Papà, puoi prestarmi i tuoi pennarelli, per favore? Voglio farti un disegno.

— Certo che puoi usarli, ma non dimenticare di rimettere i cappucci ogni volta che ne usi uno… A proposito! Che cosa vuoi disegnarmi?

— Ah! È una sorpresa.

— Sarà sicuramente molto bello; so che hai talento. "

Felice tanto di poter usare quei bei colori quanto stimolata dalle mie lusinghe, si affrettava a sistemarsi nella stanza che le era stata destinata per giocare.

Mentre l’angelo consultava i suoi due o tre libri di Carl Jung per orientare più scientificamente l’analisi dei propri sogni, io proseguivo le mie cogitazioni.

Ispirandomi a letture sull’alchimia, inventavo, alla maniera di un innocuo apprendista stregone, massime filosofali. Formule ambigue dalla redazione zoppicante. Mi divertivo perfino a usarle durante le cene tra amici. Le infilavo così sottilmente nelle conversazioni che le mie massime non provocavano alcuna reazione. Allora mi vantavo di recitare il mio dada: "Immaginare, per predire al fine di realizzare". Segnalavo così ai miei ascoltatori che la celebrità mi attendeva. Il che, del resto, non faceva rimbalzare alcun commento. Mi era indifferente. Le funzioni occulte dei miei pensieri profetici avevano come primo obiettivo situare il luogo da cui li redigevo: "Cogito ergo sum". Evitandomi così di pizzicarmi per verificare se esistevo ancora.

Estrappolando sulle mie frasi brevi, strettamente sorvegliato dal fantasma di Ermete Trismegisto, trasformavo quei potenziali detti in fumetto come modalità di esplicitazione.

— Guarda, papà, ho finito il mio disegno.

— Dove sono…? … Ah! Lysianne, mi hai fatto paura… hai finito? … Oh! Com’è bello, hai scelto dei bei colori. Adoro la tua sorpresa. L’hai mostrata alla mamma?

— No, non voglio disturbarla, è occupata a leggere. "

Con un sorriso complice, invitavo Lysianne a seguirmi in silenzio per ritrovare Mylène assorbita dal suo lavoro faticoso. Sfiorandomi come un gatto, su mia moglie; lasciando scivolare le dita nella capigliatura della lettrice; la baciavo, soddisfatto di averla deconcentrata. Senza alzare gli occhi, sempre fissi sugli scritti del suo maestro di pensiero, Carl Jung, reagiva stringendomi teneramente.

— Dimmi, coniglietto mio! Voglio mostrarti il bel lavoro che Lysianne ha fatto per me. "

Orientando lo sguardo verso la sorpresa multicolore, scoppiò in una risata sincera. Poi coccolava nostra figlia commentando.

— Una caricatura del personaggio dei fumetti di papà. Lysianne, hai fatto un bel regalo, micetta mia. — Brava, piccolina mia! "

Il sognopata guarda allontanarsi questa dolce immagine con nostalgia. Un momento felice, tra tanti altri, che inocula piccole felicità in una miseria appena alleggerita dall’assistenza sociale. Ma l’asse su cui stabilirà le sue ricerche è in posizione. Un luogo. L’atelier.

— Avevo una certa predilezione per quel rifugio. Del resto, vi passavo la maggior parte del tempo a elaborare progetti suscettibili di soddisfare la mia creatività. Per tenermi occupato, poiché avevo rotto con il mondo del lavoro. Ero diventato pigro e senza motivazione, nonostante le mie evidenti responsabilità. Ero stato disgustato dalla produttività? … ! — Con alcuni compagni dell’università vivevo un’avventura appassionante nel mondo del film d’animazione. Tutto era cominciato bene, tutto era finito male, … nel mezzo avevo imparato a drogarmi. Ma in questo alloggio che non è più mio, in questo luogo che fu il mio atelier; che cos’altro vi facevo? … Che cosa dunque? …

A volte vi dormivo; spesso vi fuggivo per adularvi di nascosto un harem immaginario più eccitante di un’enciclopedia senza immagini… Che altro?

Emerge! … sì! I ricordi cominciano a riscaldare la mia memoria come movimenti sotterranei di una risalita di lava.

Nielle! … Nielle, bella e interessante, nulla di più. Si era appena trasferita al terzo piano, in un alloggio proprio sopra lo studio. Tra le sue scatole che non si svuotavano abbastanza in fretta, usciva a prendere aria; a individuare probabili anomalie, a farsi luce sul suo nuovo vicinato. Io approfittavo di un istante di solitudine per lasciare passeggiare i miei occhi secondo i loro battiti di ciglia, esaminando angoli già esplorati di un cortile interno senza segreti. Entrambi appoggiati alle ringhiere dei nostri balconi, osservavamo tutto e nulla insieme. Lei per curiosità, per scoperta. Io, per abitudine.

La prima comunicazione, il primo linguaggio tenuto, quello delle nostre ombre sovrapposte. Appena il tempo che entrambe fossero benedette dalla luna piena. E la sua folle, impalpabile silhouette, accorgendosi della mia che la osservava, si ritirava, interdetta. Chissà se, nel silenzio, i nostri lati oscuri non avevano appena fatto l’amore clandestinamente? "

Un attimo di pausa. Un’acqua minerale trasforma in prisma il bicchiere che le impedisce di fuggire. Pausa dissetante. Breve.

"Sposato e fisicamente fedele, trasudando tuttavia l’incostanza dei paradisi artificiali, la sua presenza mi fece constatare la possibilità di concretizzare fantasmi impolverati grazie alla mia libido, che si affrettò a restaurarli, allegramente. Tuttavia, la mia seduzione amputata dalla droga, la mia immaginazione in calo bioritmico, solo un pretesto minimo mi autorizzava ad avvicinare la nuova arrivata. Un riferimento culturale.

Era ancora estate. La strada era deserta. Era tardi. Soffocate dal rumore delle auto che circolavano sul boulevard, amplificando i loro fruscii d’ali, solo le cicale discutevano tra loro dei loro ultimi apporti ecologici. In lontananza, camminando nella scorciatoia che attraversava il parco, dove ero seduto, Nielle tornava da non sapevo dove. Forse dal lavoro? Dal divertimento? Poco importa, avevo una discreta occasione di presentarmi.

Senza che sembrasse provare il minimo timore, feci convergere le nostre direzioni. Sotto il lampione situato a metà strada tra la mia dimora e l’atelier, la abbordai. Un filo di nervosismo nella voce, un briciolo di esitazione nel linguaggio del corpo mi obbligavano così a snocciolare i miei propositi con cadenza da telegramma.

— Ciao! Mi chiamo Damien. Sono un vicino. Abito lì, proprio accanto. Ma ho anche uno studio. Là dove abiti tu. Al secondo piano, proprio sotto casa tua… Come ti chiami?

— Nielle."

Lo pronunciava come se condensasse tutti gli stop che avevo omesso di introdurre in ciò che somigliava alla lettura di un cablogramma. Poiché questo primo faccia a faccia prendeva una piega ridicola, desiderando lasciarle una migliore impressione, accorciai la conversazione cercando di essere più poetico.

— È di Cat Stevens, questo spretato della chiesa del rock, ("…it’s a wild world…"), la musica che sento spesso durante quelle sere in cui sei sola? È proprio lui che ascolti dalle finestre aperte?

— Esattamente! Arrivederci. " Lanciò come conclusione sbrigativa ma sfidante, voltandomi le spalle come se credesse davvero di mostrarmi ciò che aveva di meno bello…

Sconcertato da quella snobistica sottrazione, stoico, estrapolavo, con le labbra saldate dal mio stupore, sulle mie prime domande e sulla sua seconda fuga: "Mia bella, percepisco la malinconia che ti circonda all’ascolto di quelle canzoni. Vi sono ancorati ricordi dolorosi? … Chi non ne ha? … La vita è dura e il ricorso alla fornicazione non cambierebbe assolutamente nulla. Non è vero, Spiritus Sancti?"_ All’improvviso! Non ero più io! Ero un altro. — Il rifiuto aveva adescato un essere abietto che soggiornava in me.

Come una seconda anima sotto la mia pelle, quel doppio si era compromesso rubandomi le emozioni; imponendomi la sua. Potendo sorgere in qualsiasi momento, anche al segno della minima felicità, avrebbe recidivato trasformando in coscienza torturata tutto ciò che avrebbe graffettato. "

Gershwin in sordina, "Rhapsody in blue". Più netti e veri, i suoi ricordi sembrano scolpiti nel tempo. Risa e pianti soffocati; sempre lo stesso metodo di cottura dei sentimenti. Il sognopata si rivede semplicemente sognare Nielle.

— Dalle finestre dell’atelier la sbirciavo, lei che deambulava con un’andatura eccitante da fischiare d’ammirazione. Si nascondeva, si camuffava dietro occhiali troppo grandi con l’intenzione disperata di imbruttirsi. Fatica sprecata! Con ogni evidenza, quella civetteria maldestra spiegava la paura del suo nuovo quartiere. Non ignorava l’impatto che la sua bellezza rivoltante avrebbe avuto su una popolazione maschile generata nell’aggressività o nella disgrazia. Riponendo tutta la fiducia in quel sotterfugio dall’ingegnosità dubbia, si lasciava osservare nonostante il suo spavento.

Donna alta, dalle proporzioni commoventi. Capelli tinti di biondo, una leggera follia nell’arricciatura. Trucco leggero come una maschera di pizzo; armonizzava il colore dei vestiti con il blu angelico dei suoi occhi lirici, … sempre dissimulati da quelle orrende montature.

I suoi andirivieni mi disturbavano, poiché somigliava alla fissazione che motivava aspirazioni utopiche. Nielle irradiava lo stesso carisma di Marilyn Monroe. — Un sottile sex appeal. Un’allettante ingenuità. — Senza che ciò fosse sgradevole, quelle indiscrezioni convulsive che mi provocava diluivano quell’elisir hollywoodiano. Vestigio duraturo di quei presagi voluttuosi nati dalla mia preadolescenza. Marilyn, genitrice spirituale, aveva procreato in me un inesauribile fantasma pastello. La droga trasformando i miraggi in miracoli, subodoravo la sua imminente resurrezione. In verità, sottostante a quella speranza sterile persisteva l’intenzione di conservare la vita il più a lungo possibile.

Quando mi rifugiavo nel lavoro all’atelier, ammiravo i miei slanci creativi. Presuntuoso, ne godevo fino all’osso. Nella mano destra, la conquistatrice, … un pennello. Nell’altra, quella che disertava, … una sigaretta di hashish. Una linea d’inchiostro seguita da un tratto di resina. Dall’istante geniale alla prestazione mediocre, ogni gesto era un alleluia all’illusione, un rito di devozione alla bionda attrice che dorme ancora, sonnecchiando nell’ignoranza della potenziale rivale che Nielle era diventata.

Temevo l’inevitabile crollo del mio foro interiore. L’istante in cui la mia anima, legata da un patto immaginario, avrebbe trovato la morte per il radicamento definitivo della mia nuova vicina. Dal suo arrivo, per reazione, mi ripetevo questa menzogna in espansione: "Non scalzerai mai Marilyn". Perfino Mylène, che quasi non mi amava più, aveva fallito nei suoi sforzi iconoclasti. Nielle, come avrebbe potuto? L’interdizione che lei personificava, diventando di giorno in giorno sempre più seducente, si vestiva d’irreversibilità. Mi ero fatto prendere come un topo, ingegnosamente maldestro, prigioniero della mia stessa trappola?

Per lealtà a Marilyn, per garantirle il trono, consolidavo le mie storture, esibivo i miei lati peggiori. Rumoroso e troppo energico, negligente, marginale e dalla coscienza fugace. Questo senza contare alcuni slanci paranoici diretti contro virtuali discepoli di Karl Marx. — Buffo aneddoto su quei politici! Contro questi ultimi, unendo l’impertinenza alla malignità, semplicemente perché manifestavano nel parco, proprio di fronte a casa sua, distribuivo volantini anarchici. Ero travestito con un camice bianco variopinto di punti interrogativi tracciati grossolanamente e con un casco da cantiere sicuro che avevo guarnito di fiori di plastica. Sul loro terreno, consegnavo loro fogli bianchi che denigravano la propaganda dei loro fogliacci rossi.

I militanti più suscettibili, dubitando del beneficio e dell’interesse della mia presenza, erano inclini a impormi un interrogatorio indottrinante.

— Che cazzo ci fai qui, sabotatore? Che cos’è questa roba, piccolo borghese capitalista?

— Questa? … Il mio programma politico dell’R.D.T., il partito di Rien Du Tout, Niente Di Niente! "

Sui miei fogli, vergini d’ideologia, s’iscriveva allora la collera del gruppuscolo comunista. Tutto quel carosello per assicurarmi di periclitare nella probabile stima di colei che osavo sperare, prevenendo ogni eventualità, di avere come testimone.

Amavo! Amo ancora! Ahimè! Una pelle di bestia rabbiosa mi serviva da lasciapassare. — Doppia identità! — Impossibile per Nielle indovinare il mio vero io. Colmo dell’assurdo, anticipavo la rivolta accidentale e integrale delle mie qualità. La trasfigurazione aberrante e inattesa di un quidam. Con quella speranza inconscia che mi conquistava, come potevo convincermi di dominare i sentimenti? L’amore si controlla con la leva della volontà? "

Damien il sognopata si torce, si dibatte sul divano come per estrarre da sé un contagio. Si esorcizza! Scongiura di dimenticare uno dei ricordi più preziosi quando la sua reminiscenza sarà completata.

— Coinvolto socialmente per il secondo anno consecutivo, approfittavo della mia copartecipazione all’organizzazione della festa nazionale nel nostro quartiere per collocarvi il mio ruolo di artista. Ma ancora di più, per ritrovarmi come sbandato.

Concentrato sull’elaborazione di una mascotte che avevo suggerito al comitato locale, solo in mezzo al cortile, dando le spalle alla vecchia casa di mattoni rossi che ospitava il mio studio, mi davo da fare per solidificare la struttura di ciò che sarebbe diventato una rana a cavallo di un ariete.

Secondo il mio modo abituale di lavorare, tutto giaceva intorno a me. Martello e sega, chiodi storti e barattoli di viti, pezzi di legno e segatura. (Dal caos nasce la luce). Ispirato dal sole del primo giorno d’estate, quei rinforzi furono presto rabberciati. Attivandomi da allora a definire le forme con il fil di ferro, le mie mucose furono improvvisamente, teneramente accarezzate dagli effluvi furtivi di un profumo che mi invitava a voltarmi.

Vestita con un grazioso abito estivo dai motivi floreali, scendendo elegantemente la scala esterna che dava direttamente sul cortile, Nielle lanciava, tutta sorridente, un amichevole "Ciao!". Ormai le era visibile, grazie al caos in cui mi dibattevo, che poteva spiegarsi i miei atteggiamenti strani con il semplice fatto che non ero altro che un artista. Poco metodico ed extravagante.

Sbalordito da ciò che sarebbe diventato uno degli abbracci più piacevoli della mia memoria. L’essenza di quel dolce momento, quello di un profumo che mi aveva disarmato, imprigionato per un istante. Alcuni secondi si spegnevano prima che potessi ricambiare le mie cordialità.

Cento! Mille volte, nel corso della giornata, mi ripassavo la scena come in video. Quella delicata fragranza europea, quella voce cordiale, quell’atmosfera simile a quella di uno dei miei film preferiti con Marilyn, "Quando la moglie è in vacanza". (La storia di un marito fedele, sopraffatto dai propri fantasmi e che sogna la vicina del piano di sopra).

Nel corso delle instancabili ripetizioni della scena, constatavo la mia debolezza davanti all’irresistibile fascino avvolto dal profumo. L’osservazione mi permetteva anche di capire che, se Nielle aveva scoperto l’artista, io scorgevo ormai in lei una musa viva. "

La "Rhapsody in blue" ha trovato la sua velocità di crociera. I ricordi si presentano allo spirito in modalità classica. I loro flussi hanno un sapore di jazz. Crescendo, ispirazione del compositore ebreo newyorkese.

La bottiglia d’acqua minerale mostra il fondo. Momento di pausa, istante d’ascolto. Il salotto non ha più segreti, ogni suo minimo recesso è sorpreso dallo sguardo indagatore dell’escluso in cerca di sofferenze necessarie. Damien commenta ad alta voce le proprie impressioni.

— Soffrire! Baciare il dolore! Quando il male si placa, raccolgo antiche ferite che giacciono qua e là. Masochista da sognopata! Devo amputarmi il cuore, se oggi semino i sogni precisi di domani attraverso reminiscenze che appaiono in staccato?

Sono stato lontano da questa dannata dimora a tormentarmi per tanti anni, a custodire con tenerezza le immagini che mi restavano di te, quelle che navigano ancora sotto la mia corteccia, al ritmo delle mie fantasticherie. Quando ne ho! … Quando tu sei lì! … O lì! …"

Applausi! Eccellente performance del pianista e dell’orchestra. Registrazione dal vivo. Fine degli elogi. Luce addormentata. Tutto è sospeso. Tutto, persino il fantasma della “ricordanza” degli istanti precedenti, sostegni di nuovi sussulti fantasmagorici.