CAPITOLO XIII
La fronte gli si corruga sotto il peso delle domande. Pensieri affilati come lame di rasoio gli lacerano la ragione. Come cardi di energie negative che s’intrecciassero e si ammassassero nel cervello fino a formare un vero magma. La stanchezza, sottolineando come un avvertimento le due magre ore di lavoro psichico che gli restano per districarsi, comprime il suo slancio iniziale. Ultimo sforzo, debole ripresa.
Con un gesto cieco, autorizza la sorte a spezzare la quiete notturna, prendendo un disco a caso. La sua sola cura consiste nel posare la puntina sul lato A. Le prime note…, prive d’interesse! Solo dopo essersi colpito il petto con un colpo secco per convincersi a farla finita, riconosce le arie brutte del vecchio jazz banale dell’inizio di quella cura selvaggia. Per debolezza, si ricorica sul suo veicolo di viaggio, il vecchio divano, il ricordo di famiglia più che centenario. Sotto questi auspici, tenta di far risalire la quotazione delle sue azioni mnemoniche.
Di quei pochi giorni in campagna, tiene conto di un solo flashback; ne ricava soltanto la messa a punto che quel periodo gli aveva concesso.
Anche se il suo sangue restava contaminato dalle droghe nonostante la breve astinenza, l’aria non viziata e il ritorno nell’ambiente della sua infanzia l’avevano rinvigorito. Quell’impressione, di una salute nuova, sperava che Nielle potesse notarla anche a distanza.
Più ancora della sua forma, le sue intenzioni si presentavano nuove. Già, mettendo piede a casa propria, mormorò dolcemente, alzando la testa con fierezza, un saluto alla sua solitudine, con aria di sfida.
— Buongiorno, solitudine, allora facciamo mimetismo? … Ci si nasconde nel silenzio? Ebbene! Dovrai integrarti in sordina alle crome o alle biscrome, alle chiavi di sol in un volume diminuito, perché ascolterò i miei dischi all’intensità della “musak” nei supermercati. Non è più questione di inquinare l’anima di Nielle con le mie frustrazioni. La musica indosserà abiti da litania e il mio eremitaggio cittadino vi si adatterà.
E giuro al mio caro immaginario: finita la guardia intensiva alle finestre! "
Perplessità improvvisa, metteva un freno alle promesse che tuttavia non voleva dirigere nell’aria…
— Ma che cosa me ne farò di tutto il mio tempo! Mi sento improvvisamente disorientato! Proseguire le confidenze al mio diario mi porterebbe implacabilmente a parlargli della mia vicina. — Finire il mio fumetto? … Mi ricorderei troppo delle mie goffaggini e della mia impazienza. — Sgombrare gli ingressi innevati e raddoppiarmi con un Don Chisciotte, con un appello mascherato? … Anche se fosse solo per sgranchirmi, rischierei di ricadere nella tempesta.
Tutte queste occupazioni troppo vive, queste distrazioni, mi ricorderebbero instancabilmente la mia musa a ogni parola, a ogni tratto o a ogni colpo di pala! "
Lentamente, girò i palmi delle mani verso l’alto come per chiedere al cielo di frugarvi il futuro nelle linee. Sottile percezione: non vi vede che il simbolo della propria abilità manuale. Rilanciando l’appello, immaginò l’essere supremo esercitare quello stesso gesto prima della sua genesi. Estrapolando su quella fenomenale fantasia della sua immaginazione, gli apparve che il limite creativo della potenza divina risiedeva nella sua apoteosi. Eva, la prima donna.
Esumando da quella visione arcaica il piacere godente che forse fece fremere Dio al compimento della sua opera, e la felicità che lui, Damien, doveva ritrovare; ne trasse una simbiosi ispirante. La creazione di una seconda Lilith. Una tentazione alla quale avrebbe ceduto coscientemente. Un’altra donna per distrarlo dal suo tormento, dal suo amore per Nielle. Per incidenza, tutte le sue brame non approdarono che a un solo altro lirismo…, già visto…, Marilyn.
Eppure, riprodurre in tre dimensioni il volto armonioso dell’attrice Gemelli non sarebbe che una ripetizione. — In passato, un altro tentativo era fallito. I numerosi sforzi allora impiegati per riuscire nel modellato si erano rivelati infruttuosi. Come per un concorso di circostanze, i primi volumi sporgevano dalla materia al momento dell’arrivo di Nielle sulla strada. Le loro rispettive bellezze, che si affrontavano con apatia nell’anima dell’artista, indebolivano la sua concentrazione e lo sviavano dalle sue conoscenze tecniche di scultura.
Damien assegnò dunque a quel piacevole lavoro che si imponeva il compito di assoggettare la sua fascinazione da esteta per Nielle.
Nei minuti seguenti, tirò fuori dal vecchio capanno addossato alla casa, le braccia cariche di un pesante pacco di “plasticine” fredda, a una temperatura vicina al gelo.
Imboccando la passerella che, al livello del secondo piano, collegava quel decrepito luogo di deposito alla galleria, fu squadrato da tre sconosciuti che prendevano quella scala per salire al terzo. Uno di loro, un uomo piuttosto alto, si rivolgeva agli altri in inglese, nascondendo male un forte accento portoghese. Costui apriva la porta alla coppia che lo accompagnava. — Damien non osò interrogarsi, per paura di concludere che Nielle avesse traslocato.
Il materiale divenne malleabile solo dopo parecchie ore. Ma, mentre quella massa in attesa ritrovava la temperatura ideale per essere manipolata, il sognatore consultava le biografie della star che possedeva. Dalle sue numerose fonti iconografiche, esumò l’immagine di una Marilyn turbata più che maturata dalle sue delusioni amorose. La foto di una donna schiacciata dall’impossibilità di una relazione franca, normale e visibile a tutti…
Nei giorni che seguirono, Damien dovette raddoppiare gli sforzi, perché riusciva a malapena a dimenticare i numerosi spostamenti lassù. Puntando comunque tutto sull’opera, era costretto a constatare che le distrazioni piovevano nel dominio della sua bella. Del resto, Carlos e Lou, che andavano ancora d’accordo, si univano regolarmente al gruppo rinnovato.
Riconosceva con facilità i passi di Mia, ma cercava invano di fare astrazione da quelli di Nielle. Perfino nella concentrazione del lavoro, era in grado di codificare tutti i personaggi, i vecchi come i nuovi. Tranne uno, che si era inserito in quella percussione poco ortodossa. — Durante la sua assenza. — Con l’impressione di aver già percepito prima quei colpi di tacco, senza cercare di collegarne i rumori a qualcuno, chiamò l’immagine che si annidava sotto quei passi “Astensione”.
Ogni volta che li sentiva, per evitare di abbattersi interrogandosi, si ripeteva per incoraggiarsi che il busto era partito bene, sempre con la stessa intonazione, come registrata.
***
Rimemorando quel penoso mese di gennaio; l’arrivo del rinforzo dei mercenari, quel nuovo attivo di giocatori, il sognopata trasale. Non ignora l’affondamento irreversibile di allora in quell’abisso putrido dei suoi sentimenti deviati dall’incomprensione delle reazioni estranee. La paura dell’ignoto. Il male l’aveva sfiorato, lo avrebbe ferito. L’umiliazione totale attendeva dietro le quinte. La banalità in musica gli pare ancora più insulsa. L’abitudine? … La routine? … Già!?
Le sue mani impastavano vivamente la materia, modellando sempre meglio. Percepiva un netto miglioramento del suo giudizio nel gioco della trasposizione delle linee, dal modello fotografico al modellato. Prendendo gusto a quella forma d’espressione, si sottometteva perfino all’ambizione di produrre, a memoria, un bassorilievo del profilo di Nielle.
Era ancora immerso nel delirio di quell’elucubrazione quando una telefonata sorprendente lo riportò indietro.
— Damien! Qui Lou Jobim. Se sei disponibile adesso… avrei un piccolo favore da chiederti.
— Dimmi pure! Di che si tratta? " rispose, incuriosito e attento, anche se stava asciugando dal ricevitore le impronte oleose della plasticine.
— Ecco…, è che ho comprato un grammo di hashish da Bruce, ma lui non ha il tempo di consegnarlo qui al Gula Lupus. Dovresti solo passare da lui a prendere la roba e venire a portarla qui!
— Bene! D’accordo! Vado! … A dopo! "
Non vedendovi altro che la possibilità d’incontrare Nielle per caso, Damien non meditò, neppure in silenzio, sulla richiesta e mise da parte il suo sfogo pretenzioso.
Al tempo stesso noncurante e sospettoso, una certa collera lo animava. Tuttavia, il solo favore che gli fosse stato chiesto in parecchi mesi comportava rischi. Appena il tempo di apprendere da Bruce che c’era urgenza di rimettere il placebo nelle mani di Lou, e Damien prendeva già la direzione del ristorante. Il tragitto si fece a piedi. Due chilometri appena. Mille pene da percorrere nello spirito del sognatore.
— Voglio concedervi la pace, ma non abusate dei vostri progetti malsani; altrimenti, ignoro da quali profondità scaturirebbero le mie reazioni. — Maledizione! … — Questo imprevisto non deve inchiodarmi nella tara dell’amarezza e ancora meno rincarare, moltiplicare il disordine, il marasma nella mia testa. — Ma! … Forse vogliono tendermi una trappola? Farmi arrestare, incarcerare? — No, Damien! Cessa queste maldicenze interiori, questi pensieri sussidiari. Mai Lou rischierebbe di coinvolgere Bruce Brouillette, il figlio del proprietario, in un piano così machiavellico. "
Già metà strada percorsa attraverso i dedali della città e del suo sistema nervoso… teso. La marcia procede e la sua immaginazione deraglia. Stimolata da una luce fredda; quella dei lampioni e delle loro ombre simili a un cimitero di monumenti in pietra bianca.
— Se Lou mi provoca, poiché mi troverò sul suo terreno, uscirò dal lato del cortile. Non ho il coraggio né la determinazione di un Guglielmo il Conquistatore. No, grazie, niente battaglia di Hastings per me! — Se Nielle fosse dotata di poteri telepatici, sentirebbe la sincerità del mio amore e capirebbe che è logico che io tema lei e il suo reggimento. E poi al diavolo! I suoi prodi cavalieri, me li sbatto tutti! "
Alzando il braccio destro, presentò all’Altissimo il dito medio per supplicarlo di trasmettere il messaggio a chi di dovere. Lui, vigliacco, non ne aveva il fegato.
— Bene, ecco il ristorante! … Giusto il tempo di frugare nelle tasche per scoprirvi, spero, i resti di un sorrisetto. "
La sua povertà acuta gli impediva di frequentare i ristoranti; le maniere piacevoli e corrette gli erano in qualche modo estranee. La timidezza compensando la sua ignoranza delle buone usanze, attese saggiamente all’ingresso che gli indicassero un posto.
Pur imponendo le sue raccomandazioni culinarie a un assistente, Lou, con un gesto significativo, esigette qualche minuto di pazienza dal corriere dei sogni in cubo.
Non avendo i soldi per pagarsi nemmeno un caffè, Damien occupò il tempo perso irritandosi le papille gustative d’invidia leggendo il menu; potendo usare solo l’unguento dei prezzi in fondo alla riga per curare quel prurito linguale.
— Ciao Damien! E… hai visto Bruce? …
— Sì! " Assenso semplice, sottolineato da un’operazione di sottrazione inosservata.
Lou, diventato possessore del quadrato magico, si accontentò di un sorriso da laureando che riceve un premio d’eccellenza per ringraziare Damien. Si apprestava subito ad accompagnare fuori il sognatore.
— Buongiorno, mio ex vicino! Come va la vita? … Che c’è di nuovo? " Così s’inseriva Rachelle, ex inquilina dei Brouillette, amica dei gatti e comproprietaria del ristorante.
Per orgoglio o per mania? Lou, che non aveva mai disdegnato il piacere d’essere al centro dell’attenzione, ordì di zittire l’artista ciarlando per primo.
— Oh, abita ancora al secondo piano… Sempre tra Nielle e Bruce…" Il cuoco s’interruppe giudiziosamente per alcuni secondi, giusto il tempo di lasciar macerare le ipotesi in una breve pausa, prima ancora che Damien avesse la possibilità di prendere la parola. “Mi viene in mente, artista! Non ti ho raccontato l’ultima… Figurati che Mia, la sorella di Nielle, sposerà tra poco uno straniero. Pensa che vive in Canada da appena sei settimane.
— Qual è il suo paese d’origine? " avanzava Rachelle, sedotta dall’esotismo dell’unione.
— È portoghese. Pare che i suoi genitori siano persone benestanti. Comunque, la mia opinione è già fatta. È sempre la stessa storia! … Molti immigrati usano questo mezzo legale per ottenere la cittadinanza.
Vedrete se Mia non subirà un divorzio appena avrà l’anello al dito. Non sono contro l’immigrazione, ma bisogna diffidare! "
Mentre Rachelle tentava di armonizzare la posizione socio-politica di Lou sull’immigrazione, il sognatore, lui, si stringeva le labbra per evitare di lanciare a piena voce la parola “xenofobo!”
Capendo che il suo sproloquio aveva potuto diminuire la stima che la sua datrice di lavoro nutriva per lui, Lou se la svignò menzionando di aver sfogliato di recente una rivista di lusso. Aggiunse, insistendo, che vi aveva notato superbe foto degli indigeni della Papua, in trucco da guerra. Poi pregò Damien di andare a ringraziare Bruce, scortando il suo passatore e mettendogli fretta.
Non più ricco per il ritorno, perché non aveva preteso alcuna percentuale per il trasporto del prezioso inutile, il sognatore ripartiva verso la sua miseria di routine. Né i semafori rossi, né quei taxi controllati (?) da personalità di piloti di Formula 1 lo distraevano dai pettegolezzi narrati dal cronista dei fornelli del Gula Lupus.
— Maledetto sia questo Lou… mannaro! Con lui, sono sempre sotto l’impressione che si esprima a un secondo grado; usando le parole, da cuoco, … a fuoco coperto.
Per quale ragione maliziosa lasciava intendere che sono ancora tra Nielle e Bruce Brouillette? Perché questo… ancora? … Sono diventato l’ostacolo di una relazione voluttuosa, vicina al traviamento, tra Nielle e quell’adolescente che nutre il proprio fascino con le mimiche dei cantanti rock?
Nielle, tu mi ossessioni! … Eppure mi ero giurato di fare astrazione da te, deliziosa vicina. Dov’è finita la mia promessa del primo giorno dell’anno? "
Senza smettere di camminare, Damien si accende una sigaretta. In un atteggiamento solenne, ne aspira la prima boccata come se si trattasse di un calumet della pace, perché respingeva l’idea di una ripresa della guerra contro gli altri o contro se stesso. Eppure deve estrarre le schegge di quei pettegolezzi che Lou gli aveva rivelato in presenza di Rachelle.
— Questo prossimo matrimonio di Mia con il portoghese…, quale interesse lo spingeva a informarmene? Nessuno! — Ma, se lasciassi pericolare i miei pensieri, atterrerei perfidamente nelle lande del Damienntismo burlesco; e sceneggerei un lungo corteo di piagnone che si nascondono sotto il lungo strascico della giovane sposa, Mia. Confinando così l’aspetto di spettri che simboleggiano speranze impossibili che volano via con la cerimonia nuziale.
In lontananza, proveniente da alte montagne, un coro wagneriano proclamerebbe che, volendo conquistare l’una, avrei sedotto l’altra. "
Abilmente, Damien lanciò il mozzicone in una fessura d’aerazione di un tombino, gettandovi al tempo stesso le tracce di quel succinto delirio.
— Questa facilità che ho a fantasticare sull’amore non smette di sorprendermi. Al momento del mio concepimento, i miei genitori dovevano essere sotto il controllo di Morfeo! … Ah! — Quanto mi sento ridicolo! La notte, pare, porta consiglio! Non sarebbe piuttosto il sonno? " Così pensava di coricarsi presto dopo uno spuntino leggero.
Sulle lenzuola, non era solo. Distesa accanto a lui, guardandolo fisso senza battere ciglio, l’insonnia lo trascinava in molteplici epopee.
***
Il sognopata ignora se raggiungerà i confini della propria liberazione. Quelli del termine puntano ormai in minuti. — I neuroni arroventati, il masochismo diventato indispensabile per il suo apporto di adrenalina, si gira sul divano fradicio di sudori viziati verso gli ultimi ricordi. — Fine del lato A del disco di jazz. Non ci sarà lato B. Come il lato nascosto della luna, vi colmerà le tenebre con immagini sepolte che fremono di gioia al pensiero di suicidarsi riaffiorando.
— Accidenti! Impossibile addormentarmi. La cosa più idiota è che ne conosco la causa. Prudo dalla voglia di riprendere contatto con Nielle! "
In collera con se stesso, l’insonne si alzava e beveva lentamente un bicchiere d’acqua fresca per calmarsi. Poi si diresse verso la sua scultura per lavorarci, al fine di distrarsi dalla vertigine che lo accaparrava.
Più accarezzava la forma che si avvicinava alla fisionomia di Marilyn, più desiderava in modo sleale che i volumi palpati, ritoccati, levigati dalle sue mani fossero quelli della sua carceriera. Colei che l’aveva imprigionato nel tempo, in un solo sentimento. Tra i più gravi e i più disordinati! L’amore!
Tardi, verso fine pomeriggio, si svegliò intorpidito dalla scomodità stretta del divano; desiderando solo una pausa dal suo lavoro notturno, vi si era addormentato nella prima posizione. Disorientato dall’ora, vi rimase disteso per qualche minuto, per pianificare pigramente il resto della giornata. Poi si ricordò di un sogno.
(Nielle era diventata la nuova eroina del suo fumetto. Lui, un vecchio saggio. “Ci parlavamo in linguaggio enigmatico. Lei mi rapiva, al punto da farmi spuntare le ali.”)
Stupito da quel remake poetico concesso dal suo subconscio, senza sottrarsi a un’analisi simbolica, si preparò uno dei suoi orribili caffè istantanei, che consumò d’un fiato. Quei residui del caffè avendo su di lui l’effetto di uno psicotropo clandestino, sorseggiò una seconda tazza di quel veleno orrendo. Quella tossicità sorprendente fece sorgere in lui l’idea d’interessare Nielle con l’intrigo di un messaggio ermetico.
— Questa sera, bella mia, infilerò una folle confessione in quella scatola di legno fissata alla tua porta da qualche vite arrugginita. — Non m’importa che Carlos tenti d’intercettare il biglietto, perché l’apprendista stregone che si nasconde in me si delizia a mistificarlo. Soprattutto se il ladro, che so essere, rientra ubriaco. "
Guardando l’ultima goccia che si raffredda sul fondo della tazza, domandandosi se debba ingerirla, cogita sulla struttura delle parole per una giusta penetrazione onirica nel bastione nemico.
— Prima di tutto, essere breve! Secondo, associare direttamente Nielle al personaggio. A quella fata nel mio sogno, a quella donna eroica del mio fumetto. Infine, firmare in modo che lei sia l’unica in grado di stabilire un rapporto tra il codice esoterico dello pseudonimo e me stesso. "
Per seppellire il rumore della penna che marcava la carta e quello dei rimproveri incisi della sua coscienza, che gli segnalavano che stava per cedere, oltrepassare la promessa. Come un re fannullone che mormori la redazione di una missiva ufficiale al suo scriba un po’ sordo, si dettò queste parole…
(-"La fata N. si rintana. Devo tacere?
Ti amo. Sfinge! ")
Per diversi minuti, i suoi occhi non abbandonarono la dichiarazione enigmatica. La lesse, la rilesse cento volte. Damien desiderava perfino la sublimazione dell’inchiostro blu in oro alchemico o la metamorfosi di quelle parole in un filtro afrodisiaco. Quella venerazione insolita della propria creatività si prolungò fino a tardi; fino a quel momento in cui la gente sceglie tra il notiziario di fine serata o una scopata all’antica per concludere la giornata.
Senza curarsi di essere silenzioso, andò a deporre l’enunciato sibillino in quella scatola di Pandora dove non restava già più che la speranza, quella cassetta delle lettere logorata dalle sue attese. Non fu più accurato nel richiudere la porta per tornare ad attendere alle sue fantasticherie; queste, traboccando dalla sua stanzetta, gli impedivano di essere discreto. — Sognava ad alta voce. — Quelle dolcezze dello spirito, chiare ma vive come l’eco delle montagne, finirono al rumore del chiavistello.
Subito, riprendeva il seguito di passi rapidi e cadenzati nella scala esterna. Damien, ansimante e con il cuore battente di desiderio, riallacciò con il suo voyeurismo anodino ma motivato. Si affrettava a nascondersi per ammirare a proprio agio Nielle che sarebbe tornata. — Gioia piena di fiele. — Una silhouette strana gli toglieva il fiato impadronendosi della sua lettera, poi scendeva bruscamente i gradini e spariva dal cortile di punto in bianco. Altrettanto prontamente, la porta d’ingresso dei Brouillette si aprì, richiudendosi subito nella stessa cadenza che accompagnava l’insolito del momento in una logica corroborante.
— Maledetto! Chiunque tu sia! " vociferava all’indirizzo del predone che aveva appena rubato sotto i suoi occhi il biglietto misterioso destinato alla sua musa.
Non si muoveva più, afferrando persino, come se volesse strapparle, le tende che lo proteggevano da ogni sguardo. Allentava le mani soltanto ogni volta che si descriveva l’aspetto dell’individuo ostile ai suoi desideri.
— Come un androgino vestito dalla testa ai piedi e con una maschera, mi è impossibile distinguerne il sesso. Una tuque calata fino alle orecchie, una sciarpa che nasconde il resto del viso. Il bastardo, o la bastarda, era imbacuccato in uno spesso cappotto scuro e calzava grossi stivali invernali. Quelli di qualcun altro. Quelli di papà Brouillette. Quelli che porta quando disgela i balconi, le gallerie, i marciapiedi; quelli che mette per lavorare.
Ma perché, mio Dio? … Chi è abbastanza disumano, dai Brouillette, da odiarmi al punto d’immischiarsi nel mio turbamento e imbrogliarmi ancora di più? "
Saldato al suo stupore e all’ira di non poter apporre un nome allo spaventapasseri dal bataclan invernale, si richiudeva su se stesso, disprezzando l’assenza di considerazione dei vicini di sotto.
— Questa dannata casa ospita soltanto ipocriti della peggior specie? Voi, dell’inferno di sotto, voi che udite i miei messaggi sublimati dalla musica e che lanciavo verso il mio paradiso. Vi avrei ingiuriati con la mia intrigante follia fino a farvi giudicare utile reprimere la mia libertà? … Che il virus della cattiveria che vi contamina vi fotta tutti! "
Facendo molti sforzi per distendersi, guardava il pavimento come per inondare di onde il piano inferiore.
— Non temete, sono sano di mente. Sono innamorato, tutto qui! Ma dovete apprendere la mia ansia nel combattere le ingiustizie di cui mi ricoprono come se fossi sterco! "
Distogliendo gli occhi nella direzione opposta, quella nuova intercettazione di uno dei suoi messaggi lo porta a riconsiderare la sua telepatia, pur inefficace, come l’unica via possibile per dissipare la bruma emotiva che lo faceva gemere.
— Nielle, ti amo. Semplicemente, ti amo! "
Come quei dolori insopportabili che devono essere esteriorizzati dalle viscere, quella frustrazione appena subita lo prese alla gola, ed è con una voce da far fremere la gatta e tremare le pareti che gridò con tutte le sue forze.
— Ungerechtigkeit! "
Gridata come una bestemmia, quella parola tedesca che significa “ingiustizia” si era ripercossa nelle maldicenze contorte del vicinato. Le lacrime non tardarono a segnalare la loro presenza al silenzio, che singhiozzò a modo suo, come per consolare un amico.
Damien, schiacciato sulle gambe, invidiava il conforto del letto, ambendo ad addolcirvi l’asprezza di quella persecuzione improvvisa.
Verso metà della notte, uscì da un sonno agitato, breve e appena ristoratore. Passando oltre alla sua dose di caffeina, si avvicinò al modellato in corso. Si sentiva più che isolato in quella casa che sembrava un manicomio; preso a sandwich tra il pane ammuffito che erano diventati i Brouillette e l’ostia consacrata che fu sempre la sua bella. Così, dunque, ricorse alla riproduzione incompiuta di colei che non esisteva più, la sua musa di servizio, Marilyn, per confidarsi.
— Tu sei proprio l’unica a capirmi, miss Monroe. La tua vita amorosa fu spezzata dal tumulto, anche tu. Benché, … credo che la mia probabilmente non nascerà mai. Sai che cosa ho dovuto sopportare ieri…!? Dimmi, perché usano i forcipi dell’ignominia per far abortire la minima particella d’aspirazione a raggiungere la tua rivale?
A che serve! Proprio come Dio, non mi rispondi. Temo che Lucifero sia alla fine il più forte! Tutti questi problemi nel mondo, … tutto questo male nel mio. "
Brontolando sull’evento della vigilia, l’artista tracciava con l’aiuto di una stecca il movimento nella capigliatura dell’afrodite americana. Si sarebbe concesso l’ascolto di un “soft” jazz, se la notte non fosse così vicina al mattino. Damien si obbligava dunque a misurare gli spazi-tempo tra la quiete oscena della casa e i suoi scricchiolii. A questi ultimi, soggetti alle fluttuazioni del vento, se ne inserirono altri più regolari. Nonostante sforzi di concentrazione sempre più difficili, proseguiva la cesellatura dei capelli nella “plasticine”.
Quei suoni distintivi trascrivevano una febbrilità eccitante. Dapprima leggera e sottile, e in lunga cadenza, la ritmica crebbe, concedendo così la facilità d’identificarne l’origine. Il discreto svelamento degli amplessi di Nielle con un partner la cui identificazione cercata avrebbe accentuato il turbamento.
Distratto ancora di più dal desiderio di trovarsi lui nel calore umido, nell’untuosità incomparabile di quel vaso divino, in quell’alcova notturna, Damien decideva di traslocare la sua scultura nella propria camera di solitario. Il sonno, invece, venne a raggiungerlo mentre tentava invano di analizzare gli errori di creazione che quel crescendo erotico vocalico di Nielle aveva provocato.
Träumen! … Sognare! … Dream! …
(-"Sono un animale languente che si sfinisce a provarmi in quei dolci lamenti. Questo “Inno alla gioia” che è Nielle in orgasmo. — Con ardore, cerco di cancellare, di rigare seccamente quei minuti di piacevole dissolutezza. Poi, Nielle scivolando sulle gambe dalle curve turbanti delle calze di nylon nero, s’informa presso un accademico che s’ingegna a costruire l’interesse che lei gli porta, lui gloriosa persona, lucidando il piedistallo delle mie gaffe memorabili con efficaci satire.")