CAPITOLO XIV
Macchinalmente, al risveglio, Damien mirava dalla finestra. Una traccia di neve nuova copriva quella precedente, già grigiastra per quelle ricadute di polveri carboniche, come se l’inverno si candeggiasse.
— Sarebbe stata una bella occasione perché la pala mascherata si facesse apprezzare, se non fossi confinato da questi oppressori dei piani inferiori…! " ruggiva Damien con l’amarezza persistente dello spettro della vigilia. Lo spaventapasseri cleptomane.
I passi di un uomo segnarono la scala interna! Damien non se ne preoccupava, stava abbottonando una camicia. La porta si aprì e si richiuse! Damien scivolava nei pantaloni senza inquietarsi. Infine, in sordina, l’anonimo scese la scala esterna. Damien si allacciava le scarpe.
Tuttavia, alcune voci s’infiltrarono attraverso quei minuscoli fori d’aerazione che decoravano la traversa inferiore di un vecchio doppio telaio di legno. Tra quei chiacchiericci da pollaio…, il sognatore intercettava il nome dello sconosciuto che ronzava intorno alla sua musa. Costui, bloccato nella sua uscita da papà Brouillette, per cortesia, dovette intavolare la conversazione. Quel nome lacerava ancora il timpano del sognatore irritato.
Curioso e incredulo, avanzò prudentemente verso la finestra, quanto bastava per osservare senza essere visto; convincendosi che, in fin dei conti, dovesse trattarsi solo di un’illusione uditiva. Ma, con le mascelle serrate al punto da consumare l’avorio dei denti, constatava la fondatezza del nome percepito e, ancora una volta, l’esistenza della premonizione in sogno.
— Maledizione! … Jonathan! Il prof! " infuriò dentro di sé.
Come per incidenza, si univa all’insegnante e a papà Brouillette, Bruce, che salutò il prodigo inquilino quasi con un baciamano, in un vergognoso servilismo a pancia a terra. Ricalcando integralmente le tecniche d’approccio dell’autore dei suoi giorni, Bruce approvava ciecamente ciò che il prof, appollaiato sul primo gradino della scala, chiocciava per sedurli entrambi.
Sconcertato, Damien cercava di capire, di spiegarsi la presenza del tipo alla moda da Nielle. — Divorzio o avventura? — Indietreggiando lentamente, come un malaticcio gatto randagio che sceglie la ritirata per evitare la zuffa, tornava a stendersi e a meditare sull’atteggiamento da adottare davanti a quel nuovo contesto.
Eppure, senza ragione valida, ce l’aveva con Nielle perché accoglieva l’erudito nel suo nido. Nulla gli avrebbe impedito di invidiare morbosamente la coppia, ma l’identificazione del predone della vigilia prevaleva sul desiderio di soggiornare, anche lui, tra le lenzuola di raso.
Non trovando risposta, perdendosi nei suoi sospiri, corse da Mylène e François per riconfortarsi di questa nuova fragilità della sua anima.
Dopo qualche bicchiere di bevande fresche, once di consigli, tornava a casa con un grande rinforzo di metodi di rilassamento, tisane calmanti, incenso e una panoplia di dischi prestati dall’amante di Mylène. Da Genesis a Reggiani.
Fu con le braccia cariche di quell’armamentario musicale e di medicine dolci, la testa piena di: “Ma questa ragazza non è fatta per te! È una sirena! Una vamp!”, che tentava di prendere le chiavi da una delle tasche del suo giaccone. Damien si contorceva per evitare che i dischi scivolassero. Sfiorava con l’unghia il metallo freddo dell’anello del mazzo di chiavi, quando la porta dei Brouillette si socchiuse.
— Ehi, ciao Damien! E allora? … Va tutto bene? …" Questa premura della proprietaria nell’informarsi sullo stato di salute morale del sognatore suonava più come una constatazione di fatto.
Impacciato dai suoi pacchi, avrebbe preferito una mano d’aiuto piuttosto che un rimprovero dissimulato in interrogazione. Tuttavia, piegandosi intuitivamente al non detto dell’artista, lei s’impossessava momentaneamente del carico proponendo una deviazione da lei, durante lo sblocco della porta.
— Vai a portare le tue cose, poi vieni a bere una birra con mio marito. È da tanto che non facciamo due chiacchiere con te. "
Quell’imperativo cortese si rivelava l’occasione ideale per Damien d’indagare, con tutta innocenza, sull’evento del furto. Se, nell’eventualità in cui non potesse raggiungere la verità, un’induzione avrebbe potuto orientarlo, senza dubbio, verso uno o due sospetti probabili.
Di fatto, una volta dentro l’alloggio dei proprietari, riconosceva di non essere all’altezza di misurarsi con l’esperienza di quell’imperatrice del balcone, di rivaleggiare in astuzie e interrogazioni abili con lei. Tanto più che non era sola, perché la reggevano dietro le quinte i suoi drammi e i suoi fardelli. Suo marito parlava al telefono con voce debole, dolce, appena percettibile; evidentemente una recente, giovane e graziosa conoscenza… La loro figlia semi-cieca, Nadine, aveva gli occhi inchiodati allo schermo del televisore. Cercava di decifrare le ombre di un film di serie B che guardava per la terza volta.
Avendo dimenticato la sua offerta dal sapore di luppolo, madre Brouillette collocava indifferentemente davanti al sognatore caffè, latte e zucchero. In una scortesia comprensibile, vaqueggiava alla sua routine. Pur avviando la discussione con argomenti vari, lasciava che Damien coccolasse la loro cagna obesa tra due soggetti futili.
— Eh sì! Eh sì! Lo sapevi, Damien, che la grossa Esther…
— Esther?
— Eh sì! La giovane bulimica della porta accanto, quella che lavora in una fabbrica nel nord della città…
— Ora la ricordo.
— Eh sì! Figurati, ragazzo mio, che va tutti i giorni a passare qualche ora da Simone, la vecchia lesbica. Mi domando che cosa possano dirsi? … A proposito della vecchia butch! L’altro giorno ho visto sul suo filo del bucato i reggiseni appesi. Era comico da morire! Erano tutti un po’ ingialliti, irrigiditi dal freddo. E poi non sono piccoli. Sono grossi da Madonna santa!
Perfino gli amici di Bruce volevano farle un brutto scherzo, rubandole i reggiseni. Loro, se non stanno attenti con la droga e i furti, finiranno in prigione. "
Avendo concluso con apparente soddisfazione la sua telefonata segreta, il signor Brouillette, colui che in casa portava i pantaloni ma che altrove se li toglieva, tinto di un’aria beffarda, veniva a raggiungere Damien.
— Vuoi una birretta?
— Grazie, ho già un caffè…"
Senza cercare d’indovinarne la causa, il sognatore trova simpatico l’uomo dai capelli ormai molto bianchi. Assapora i racconti del patriarca anche se, in passato, costui, con le sue storie campate in aria, fu il primo a risvegliare la sua paranoia. Involontariamente, per innocenza o forse perfino per divertimento, quelle fantasie inerenti agli aneddoti della strada l’avevano terrorizzato.
Madame Brouillette, fiutando quella speciale ammirazione che Damien nutriva per suo marito, giudicava dunque distratto il sognatore e ne approfittava per forare la campana, attaccando frontalmente, non senza una certa sottigliezza.
— E allora? Damien! … Come va con la tua ex moglie? … La piccola Lysianne, è proprio bella, con quei bei capelli rossi! " Come per approvare lei stessa le proprie osservazioni pertinenti, aggiungeva per mania. “Eh sì! … Eh sì! Eh sì! … Bene!” Infine, la sua strategia approdò a ciò che le prudeva di più; il benessere del suo inquilino, che naturalmente passava prima dal proprio. “E allora? … Ti piace il tuo piccolo alloggio? … È tranquillo. Eh? … Penso che stai bene al secondo piano. Sento spesso della musica, … ti piace, vero? … Ah! Sai, a noi non dà fastidio per niente! … Per niente! … Eh sì! Puoi metterla forte quanto vuoi, non sentiamo nulla. Non è vero, voi altri? "
Metodo d’ipnosi per stordimento del soggetto, l’abile e astuta investigatrice in pantofole accelerava il movimento del pendolo.
— Mi sembra che tu non abbia l’aria di dormire molto, la notte…; c’è qualcosa che non va? … Sai, puoi dircelo se non ti senti in forma. Eh, Damien? "
Risucchiandosi sulla sedia per simulare agio, Damien fece sparire d’un fiato, in fondo alla gola, l’ultima goccia di caffè. Con quel gesto fece languire per qualche secondo la curiosa matrona, che si era immobilizzata nella convinzione di udire i pianti del sognatore e qualche confidenza da iscrivere nell’agenda dei suoi pettegolezzi.
— Sì, va bene! " rispondeva semplicemente al lungo enunciato.
Percependo l’inefficacia, l’inanità dell’interrogatorio della moglie, il vecchio marito interveniva in modo più diretto, più maschile.
— Sono belle, le ragazze del terzo! … ehm! Mia, voglio dire, … l’altra non c’è più! … In ogni caso, io…, se fossi più giovane…"
Quest’ultima rettifica sull’età fu pronunciata espressamente per rassicurare la moglie sulla sua reputazione di “playboy”; d’incantatore di donne, reputazione di cui lui stesso si incaricava di piantare le pietre angolari presso gli uomini che abitavano la rue de la Paix Glorieuse.
Quell’intervento goffo del capofamiglia tornava nettamente a vantaggio di Damien, che verbalizzò, non senza una certa nervosità nel timbro della voce, la sua inquietante sorpresa del mattino.
— Il prof è tornato. L’ho visto questa mattina. Credo che soggiorni da Nielle… E penso perfino di avervi scorto mentre parlavate con lui, non è vero, signor Brouillette? …
— Ma no! Hai avuto un’allucinazione! Devi avermi visto chiacchierare con il ragazzo di Mia, il portoghese. Hanno entrambi i baffi… Lui e Jonathan.
— Ma quando viveva qui, non li portava! " fece risuonare il sognatore.
— Non so se hai visto davvero il prof, ma noi no. " aggiungeva la proprietaria, individuando una falla evidente nelle parole del marito. “E Nielle, dici? … Nielle? … — Nielle! — Eh sì! … La sorella di Mia. Quella che c’era prima. Devi sognare, non vive più qui. E poi c’era solo lei che conosceva Jonathan. Lei e noi. Eh no! … Eh no! "
Dotata di un sesto senso che colmava le tare della sua semi-cecità, Nadine, che non si era né coinvolta né espressa fino ad allora, percepiva già nell’artista le ripercussioni alienanti del qui pro quo suscitato dalle menzogne arrotondate dei genitori. Così infirmò le loro parole, quelle offese all’intelligenza dell’artista.
— Il prof! … Mi ha detto buongiorno, a mezzogiorno! Era con…
— Eh sì! Marito mio, hai dimenticato? Bisogna andare al mercato a fare provviste. Ah! Madonna santa! Come passa in fretta il tempo! Scusaci Damien, ma dobbiamo uscire! " tagliava corto così Madame Brouillette, evitando di bagnarsi in orribili scuse e in un groviglio di spiegazioni vaghe.
Accompagnando con un sorriso sciocco e falso saluti alla giapponese, il sognatore si ritirava; fuggendo anche lui un vicolo cieco. Lentamente, quasi penosamente, salì da sé. Ogni gradino scalato costituiva una riflessione sulla compassione della figlia minore, su quella prova d’affetto che gli aveva dato Nadine Brouillette; colei che, nonostante il suo handicap, vedeva meglio dei suoi genitori.
Poi si sbarazzava di quella pelle d’inverno che lo ingombrava e, sottolineando il piacere fisico di sentirsi alleggerito, si concesse l’ascolto discreto di un disco… molto significativo. L’abitudine del caso s’installava. I solchi erano rosicchiati, consumati, rovinati: e i primi sfregamenti gli ricordarono i suoi spinosi amici di sotto. Ma quando la voce del cantante trasfigurò la breve introduzione musicale, i suoi pensieri ripresero un movimento ascensionale quasi normale. Verso Nielle.
— Dimmi, Nielle! … Qual è il segreto del tuo carisma? Come riesci a radunare tutti coloro che progettano di soffocare la vita in me? Riuscite a congestionarmi le sinapsi, a spingermi in una psicosi irreversibile. — Forse desideri concedermi pietà, quando da folle dell’immaginario mi eclisserò verso la schizofrenia? "
Così cullato dalla musica, l’ora seguente cicatrizzava il tentativo d’inganno della coppia anziana. Dolcemente, il sognatore si sforzava di astrarre il fatto che i sentimenti che votava alla sua musa, lei li rendesse al centuplo all’erudito. Con ponderazione, assumeva quel sentimento di rifiuto vissuto attraverso l’intervento maldestro dei Brouillette e quella vibrazione estatica di Nielle con Jonathan, la notte precedente, diventava folle di significati.
Indipendentemente dallo zelo che metteva a rilassarsi, un fenomeno perturbante non smetteva di tormentarlo. Il fatto di sentirsi preso in una morsa, immobilizzato come in una trappola per topi. Ne avrebbe vomitato, ma quella reazione biologica non avrebbe modificato nulla. La sua anima era a vivo. Scorticata! Le grida che avrebbe liberato passano; sfortunatamente, i singhiozzi e le lacrime che sfioravano gli angoli degli occhi rifiutavano l’esodo.
***
Infine, su tutti i piani si ancoravano per qualche ora il recupero notturno e le visioni diafane del sogno. Di importanza discutibile, alcune firmavano le simboliche del pianterreno. Altre, più magiche, translucide e nette, bramavano il terzo e il secondo livello…
Traum! Sogno! Dream!
(-"Sospese in uno spazio luminoso e sgombre da ogni dettaglio, appaiono immacolate tre copertine di dischi. Tre quadrati bianchi. Da queste tre forme scivolano tre dischi… Il sognatore si sente penetrare Nielle. Dolce e umida. Come reale.")
Il sognatore dormiva. — Satana, invece, vegliava sui granelli di sabbia… Il diavolo aborrì quel movimento divino di va e vieni, quella grazia dell’inconscio, e spostò, deportò, la coscienza di Damien in uno stato di semiveglia. Puntando il sognatore con il suo tridente ardente, lo esortò a vendicarsi all’istante da subconscio a subconscio. Scommettendo sulla sua codardia, sulla sua vigliaccheria assicurata, il principe delle tenebre lo spinse a credere di aver sofferto troppo e lo fece soccombere alla legge del taglione.
Dalla delizia di Dio all’animalità del diavolo, proiettando nel suo spirito malsano l’immagine di un’altra donna che non fosse Nielle, l’immagine di un amore decaduto; il sognatore eiaculò, svuotò, travasò l’onda del suo umore prolifico in un vicolo cieco. Il corpo, mai visto, di una sognatrice smarrita, abbandonata lontano nelle sue fantasie.
— No! Non è vero! No! "
Quella voce non era quella di Damien, ma ingiustamente quella di Nielle. Percuotendo ancora il silenzio della notte, quell’allerta imbarazzante, quell’esclamazione di pene e turbamenti apparve nello stesso istante, in una concomitanza oscura con la sordida vendetta. — Il prof, Mia e gli altri dormienti di sopra si affrettarono a rassicurare e calmare Nielle da quel risveglio brutale, in incubo.
— Andrà tutto bene, Nielle, devi aver fatto un brutto sogno. Tutto qui. — Va meglio, adesso? — Vuoi raccontarcelo? Ti riaddormenteresti più facilmente se ce lo descrivessi?
— No! … È che… No, soprattutto non voglio parlarne. — Va molto meglio. Mi dispiace di avervi svegliati tutti. Grazie e tornate a dormire. "
Alcuni sbadigli richiamarono il silenzio e la quiete ritrovati, convocando il sonno e nuove opere oniriche.
Il piano di sotto: Damien, ovattando i pianti nel cuscino, si stordiva in mea culpa frenetici.
— Dio! Che affronto! … Amore, degnati di castigarmi, io che non sono che abiezione. Dolce calore perduto per sempre come un’Atlantide di felicità, inghiottita dal rancore. L’amore, innocente, desiderava colmare le nostre anime, i nostri cuori affamati l’uno dell’altro, perfino a nostra insaputa. Che questa miseria che mi ha già raggiunto mi roda le viscere! "
Solo il ricordo della penetrazione alleggeriva il peso delle lamentazioni e l’orribile pallore che ancora tingeva il suo volto, alla sua stessa confessione del trionfo del male. La sua anima sottratta. Il vuoto cingeva il suo spirito abbattuto, la colpa lo strangolava, il rimorso lo impalava. Con la contrizione piena in bocca, davanti alla paura, dubitare, tergiversare diventava il suo unico rifugio.
— Impossibile che sia così! Su quali prove posso stabilire un rapporto tra il mio sogno e l’incubo di Nielle? … L’apparizione inconscia di un ponte subliminale tra lei e me? "
Per contrappeso, aspirava alla serenità, mirando implicitamente alla dominazione delle proprie onde cerebrali. Si voleva muto di pensieri di ogni sorta orientati verso Nielle; desiderava non importunarla più nel sonno, trattenendosi perfino dall’esalare dal proprio spirito un appello al perdono. Riusciva a tacere solo colpevolizzandosi ancora di più.
— Orrore! … Maledizione! … Non oso più pronunciare il suo nome. — Un marciume, un rifiuto, ecco cos’è il mio essere. Io, che avevo tanto desiderato varcare la zona della sua sensibilità! Tutto quel tempo sepolto nel rancore; tutta quella perseveranza, quell’accanimento per accedere alla sua anima, … volatilizzato in un godimento vendicativo. Vergogna a me! … Come ho potuto mutilare per sempre la mia coscienza. Come pentirmi?
L’angoscia delle sue assenze, quelle lacrime versate per lei, la perfidia dei parassiti che la sostengono, … avevo superato tutto. Le nostre forze subconscie avrebbero incoronato i nostri cuori enucleati dagli imbrogli. Quella strada interminabile disseminata di sarcasmi, di menzogne sconnesse, … attraversata inutilmente. Ho percorso tutto questo tragitto per nulla, infliggendole una lezione che non meritava.
Dio! Non sei stanco di lasciar vivere il minuscolo, l’omuncolo innominabile che sono. Lo straccio umano che sognava un amore utopico. Io, questo relitto che hai osato esaudire in tutta la tua magnificenza… Oh! Per pietà! Fulmina la bestia che sono. Per pietà! Giustiziala! "
Deluso d’aver banalizzato, sotto il segno di un carattere da vendetta, tante sollecitazioni alla vita, lei che lo invitava all’apoteosi; sputava sulla propria mano, ormai emblema di una profanazione assoluta, … un oltraggio all’Amore.
Nel letto disfatto dal tormento, il sognatore in posizione fetale non trova rifugio, né conforto se non nell’autosuggestione del ricordo sfocato del ventre di sua madre. Poté addormentarsi solo al mattino presto, mentre reimparava a pronunciare il nome ormai sacro. Nielle.
Il giorno seguente, lavorava al modellato senza concentrazione adeguata. Brevi camminate e spuntino leggero. Nessun’altra distrazione; né musica, né belle storie inventate. Schiumava all’idea che la sua anima si fosse allontanata verso l’inferno per unirsi ai ranghi di coloro che si coalizzavano contro di lui. Non anticipava nemmeno più il suo reintegro in quel corpo che castigava.
***
Tanto in questo “déjà-vu” quanto nella realtà attuale del sognopata, una lacerazione, il crollo delle sue forze. Si accanisce a dibattersi in questa introspezione che non finisce più. La fonte è lì, purulenta; si abbevera del male che ha nutrito durante tutti quegli anni. Paradossalmente, si disseta dello stesso veleno che gli prosciuga lo spirito. Suicidio a lungo termine. Seppuku con gli aghi del tempo. — Non gliene importa un accidente! — Questo sogno che lo unisce a Nielle, quell’alcova onirica sospesa, si rivela forse l’origine del tormento. La notte cova la reminiscenza di questa fase che delimita le sue tenebre.
Sul vecchio divano, ripensa a quell’evento di cui cambiò il corso dello svolgimento, quella gioia provata che dapprima l’aveva trasportato tra le nuvole. Nielle si era, in qualche modo, infine rivolta a lui. Quel tocco d’incantesimo, il sognopata lo stabilizza. Con gli occhi chiusi, immagina Nielle davanti a sé.
La proietta lì, nel suo spirito, a pochi passi, completamente nuda. Si bagna di quell’effluenza, di quella fragranza estatica, di quel profumo di giugno…, che si armonizza alla perfezione con l’odore del suo corpo di donna. Allora… con semplicità, si annega nel suo sorriso.
Poi le si avvicina con precauzione, le accarezza il viso e ne constata la dolcezza sfiorando appena il trucco con le dita cieche.
Accarezzando i suoi capelli ricci, li sposta impercettibilmente, tanto il movimento è leggero. — Si avvicina un po’ di più. — Le sue mani scoprono liberamente, senza fare rumore. Sfiorano appena quel collo che annusa, quel porto dove i baci rubati s’inabissano, lasciandovi colare il suo respiro nei pori di quella carne che brama da poeta ispirato.
Le sue labbra, che desiderano mescolarsi alle mani, s’immolano là dove il collo si assopisce, rivelando, senza imbarazzo, una cupidigia senza limiti.
Gioisce al tocco di quelle spalle consenzienti che sposano mollemente la danza delle sue dita agili. Le braccia avvolgono la sua musa dapprima debolmente, poi, poco a poco, s’infiammano. L’impulso e l’esperienza si alleano per voluttuose carezze. Incrociandosi gli sguardi, nota gli occhi azzurri di Nielle inumidirsi d’emozione. La festa continua. Un universo è appena nato.
Tremerella un poco, appena. La sua bocca, per sfida, volteggia nel pericolo di soccombere ai trapezi. Mordicchia con finezza i suoi nervi che camuffano un paradiso d’esaltazione. Non vi si ferma, ma i brividi continuano, come onde, a inondare la bella.
Gesti rituali. Le mani idolatre venerano la sua pelle come un peccato consentito, chiamando di nuovo le labbra a raggiungerle, su quel petto dalle reazioni sottili. Impressionate, mani e bocca assaporano il calore dei suoi seni, imparando, al ritmo dei sospiri loquaci di Nielle, a orientarsi nelle reazioni di quel corpo di musa. Palpa, accarezza, bacia, andando e venendo su quelle forme rotonde coronate dai capezzoli più rigidi e da areole fiabesche. Quei monti che si lasciano prendere provocano, sollecitano un’aura franca e tenerezze continue.
Le mani scelgono allora la direzione della schiena che s’inarca, appena un poco, lasciando che il cuore si esprima in battiti accelerati. Nielle si curva come se il ventre scongiurasse la bocca del sognatore di ritardare l’estasi, come il desiderio di acclamare con elogi l’esibizione di quel torrente di baci dolci.
Vorrebbe perdersi su quell’addome morbido, che nel gioco si tende; ma l’istinto lo invita, lo chiama ancora più in basso. Le sue mani vagabondano secondo le richieste, i segnali che il corpo della musa annuncia. Al loro passaggio, le natiche si testurizzano di un leggero brivido; s’irrigidiscono come sorprese d’essere scoperte.
Discretamente, le sue gambe da dea tremano, segnalando la febbrilità del suo essere. Lei si stende, lentamente, avendo cura di non spaventare il momento privilegiato. Il sognatore, con un bacio rassicurante, le trasmette la sua comprensione del sobrio messaggio. — Intuizione, sensibilità da entrambe le parti. — Tutti i sensi del sognatore non cessano di sospirare a quel corpo travolto dall’esaltazione.
Il ventre ardente di Nielle e i suoi fianchi sottolineano l’impazienza vicina con sollevamenti; le sue cosce avvolgenti e complici raccolgono quelle effusioni di toccamenti e baci, chiedendone ancora, … ancora…
Come esploratori, le dita dell’artista vanno in ricognizione; fiutando le intenzioni, si dirigono verso quell’ammirevole cespuglio in eminenza. Tanto desiderato. Guidandosi con il calore deposto come indizi dai palmi incantati, le labbra del sognatore, scivolando appena sull’epidermide, con gesto raffinato, s’inchinano umilmente, senza perdere contegno, a liberare la lingua che viene ad ammettere la propria debolezza nel resistere agli effluvi.
Piacere divino al tatto. Rapimenti magici all’olfatto. L’espressione dello sguardo, … un’ovazione alla natura. L’irresistibile profumo di Eva spinge l’eccitazione al suo culmine; la setosa, brillante messe amplifica i fervori leali dell’innamorato. La sensualità delle labbra dell’artista desidera sposarsi alla sensibilità di quelle, già umide, della musa, rassegnandole così a esplodere in un desiderio più forte, più grande.
Chiama, brama, eccita, stimola teneramente sfiorando senza mai maltrattare il dolce sensibile. Quel sigillo di una libertà incondizionatamente femminile. Senza abbandonare quel minuscolo grimorio senza pagina, il clitoride esorcizzante, porta alla sua bocca perduta quel Santo Graal benedetto da tutte le vergini e non vergini del mondo. Assetato! Con la lingua gioiosa, lecca e blandisce i bordi e le pareti del calice consacrato, vi si abbevera del saporito filtro, quel nettare dal gusto d’immortalità, quel crisma dal “flaveur” di un primo fantasma di Dio.
Lei apprezza, lei ama! Lei ama, lei gode! Lui ne è rapito.
Percepisce sottili alternanze in quei lamenti melodiosi che chiamano all’ebbrezza liberatrice. La bocca allora si allontana da quella fonte di giovinezza, autorizzando i due corpi all’ambizione di fondersi l’uno nell’altro. Come raccogliendo le tenerezze verso i suoi impulsi finali, copre la carne della sua ispiratrice per rimemorare eternamente il linguaggio che lei gli rivolge.
Lei ama, lui anche!
Semplicemente. Con amore. La bacia, condividendo con lei l’estasi che aveva appena assaporato, quella pozione sapida di cui si delizia ancora con gioia evidente. Nello stesso slancio, entrambi si accordano… l’intimo e supremo segreto, … sentire l’altro vicino ai limiti dell’apoteosi. — Il linguaggio dolce s’imprime nei momenti… Il linguaggio gioca nei movimenti. Il linguaggio va, accelerando. Il linguaggio annoda gli amanti. Il linguaggio trucca il tempo. Il linguaggio potente. Il linguaggio. Il linguaggio. Il linguaggio.
Il linguaggio abbaglia! Canta! Grida! Afferma l’eccitazione che ha provocato l’orgasmo che tintinna in echi come un risveglio della coscienza al benessere dell’aldilà.
C’è tregua. Il miraggio si è dissipato raggiungendo il suo parossismo. Il sognopata, solitario, disteso sullo stretto divano, asciuga la confessione della sua passione. — Seme infruttuoso, salvo al nulla. — Ma punta sulla fecondità del sogno, sulle forze subconscie. Poiché, anche se le conferme di ricezione sono nulle, ha la ferma convinzione che, per evocazione, l’amore abbia avallato il volo di quell’intermezzo verso un semplice pensiero che Nielle avrebbe per lui. Una semplice impronta nel quotidiano della sua bella, di concerto con un gradevole solletico nelle orecchie, che lei percepirebbe con sorpresa; così come un’effervescenza insolita, agente come una debolissima e brevissima combustione spontanea nel suo sesso.
Smarrito nell’estrapolazione di quello sfogo lascivo, dimenticando le sue ore d’intense ricerche, di ricordi ritrovati…; esausto, sprofonda in un sonno turbato dall’esorcismo che s’infligge. Intirizzito, nervoso, soffoca come se volesse dimenticare di respirare. Si muove continuamente, gemendo di spavento in un incubo che lo assale, come un alienato in crisi che si preparasse alla lobotomia.
Aveva sputato sul sacro. La sua irriverenza dell’amore l’aveva strangolato lentamente; irrimediabilmente, il nodo si era stretto. Deve soffiare un po’ di più, c’è tregua…!
Le sue ventiquattr’ore sono trascorse. Il termine è arrivato. È mezzanotte! … La fine del suo dramma aspetta ancora dietro le quinte…!