NIELLE
ROMANZO
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CAPITOLO XV

In agguato nel proprio scadenzario! Sorpreso a scegliere tra morire o sopravvivere, implodere o crescere, aveva sottovalutato l’ampiezza della sfida. — Non ci si separa dall’amore, nemmeno dopo una gestazione inconscia che rode come un cancro per più di un decennio. Non ci si sbarazza di quel seme di Dio, della sua quintessenza cosmica; lo si feconda, lo si modifica per il meglio o per il peggio, lo si purifica o lo si avvilisce.

Diciotto ore! Ha dormito diciotto ore! … Nulla è finito!

Furioso con se stesso, cavilla contro il tempo che non si è piegato ad assopirsi con lui. Quella manifestazione di collera ingiustificata, la sua ira inqualificabile, attizza in lui il profilo del fallimento. Una giornata è fuggita. Perfino di più, se decide di ricominciare da zero. Quarantadue ore svanite. Tutto questo a causa di quel sonno meritato ma indesiderabile.

Si riprende. Dopotutto, non aveva forse pagato in anticipo quattro giorni d’affitto di quei luoghi che riversavano in moltitudine l’immagine e la voce di Nielle? Questa volta si concede un termine indeterminato. L’estensione dell’introspezione si effettuerà senza lo stress del tempo che cronometra la riconquista di sé.

Il sognopata si autorizza come un secondo tentativo di strappare quel fardello che ancora lo blocca. Quel tumulto che gli impedisce di lasciare maturare la propria sentimentalità. Si concentra sulla retrospettiva compiuta, su quei ricordi già frugati il giorno prima, che riprende da zero. Esaustivamente? … No, in riassunto, alla maniera dei temi che compongono l’ouverture di certe opere.

— … Le nostre ombre che si salutano. Incontro o aggancio? — Quell’ipnotismo momentaneo durante la festa di quartiere, quel colpo di fulmine reciproco che tuttavia scheggiava un solo cuore, il mio. Errore di persona? Cupido era ubriaco? — Il divorzio con Mylène, il primo angelo della mia vita… Movimento irreversibile anticipato dall’esistenza di Nielle? — La proposta malfamata e cruda di dormire con la mia vicina… Pretesa! — Le furberie degli intervenienti Bruce, Lou e Carlos. Crudelmente premeditate? … — La consegna d’intercettare la posta… Il peggiore dei sotterfugi! La più sferzante delle strategie! Ma pianificata da chi, in realtà? — La collaborazione allo scenario annientata dalla mia impazienza e quel tentativo offensivo di recupero, il giorno di Santa Caterina, con la liberalità insipida di un volgare disegno in bianco e nero. Due insulti consecutivi a mo’ di proposta di matrimonio! — Il gioco a nascondino di Nielle per evitarmi. Un malessere che fugge il dolore? — I messaggi, solo andati, in stereo. Una risposta! … Ferré, (“… col tempo…”) — Le avventure invernali dell’umoristica pala mascherata. Una battuta! Un gioco di parole senza risonanze? — Il ritorno di Jonathan! … Una trappola? — Il sogno erotico. Un “wet dream” dislocato… Due vite nuove sterminate! "

Bloccato a quest’ultima sequenza, il sognatore malato stima che finora le cause probabili da cui proviene la sua infelicità siano inappariscenti, impercettibili o quasi… nei suoi ricordi. Le benevole attenzioni, le delicatezze inconsce o volute della musa nei suoi confronti l’avevano agganciato. Le dolcezze di Nielle, rare da collezionare, avevano rapito il suo cuore immaginativo.

Porte e imposte sono richiuse. All’esterno, il sole si corica di nuovo, come una seconda volta nella stessa giornata. Il sognopata si riapre fino all’anima come le pagine del suo diario. Anche la fotografia logora di Nielle riprende vita. I due oggetti si compiono in amicizia per sostenere il sognatore alla risorgenza di un trauma vissuto l’ultimo giorno di gennaio…

— È pazzo! … Vi dico che è pazzo! " Quella dura accusa attraversava tutte le pareti divisorie, senza lasciare alcun lasciapassare, nemmeno per il cuore del sognatore.

— Sono… cosa? " ingoiava Damien continuando a lisciare il viso del busto per forzarne la lucentezza, ultimi tocchi al modellato.

— Pazzo! Pazzo! " La voce di Nielle diventava sempre più incisiva e acida.

Che la sua musa puntasse il dito contro la follia non gli dispiaceva, … s’interessava a lui. Si eseguiva in quella grave incriminazione dai Brouillette. Lì! … Non apprezzava, e quella tirata accusatoria stridula lo intrigava, lo sorprendeva e lo inquietava; interessava altri, oltre a lei, al suo probabile squilibrio.

Damien considerava che quella trovata perturbante di Nielle si trasformasse in una prova netta della connivenza tra Nielle e i proprietari. S’interrogava sulla motivazione reale della sua dolce a esercitarsi in calunnie da quelle persone contorte che potevano in ogni momento rivoltarsi contro di lei come avevano fatto contro di lui.

Quell’assalto verbale non si spense nell’istante in cui lei lasciò la dimora dei suoi accoliti locatori; ebbe fine solo allo sbattere della sua porta. Rumore preceduto da una reiterazione enfatica della sua convinzione, che indirizzava al vuoto nascosto dietro tende senza silhouette… senza movimento rivelatore.

Nella sua stanzetta, faceva avanti e indietro per distendersi. Non osava assentarsi da casa. Prendere aria, sia per cambiare idee sia per raffreddare la febbre apparsa, gli sembrava incongruo e pericoloso. Temeva d’incrociare i membri della famiglia Brouillette, oppure Lou e Carlos, oppure Mia, o addirittura, … lei! Perché allora, quali reazioni rispettive sarebbero esplose sul volto di ciascuno? …

Si sapeva codardo, e da lì decise di rimanerlo “Ad vitam aeternam”. Preoccupato al punto da dimenticarsi di nutrirsi, s’installava nella sua amata vigliaccheria, non senza sentirsi colpevole.

— Quello che vorrei dire a tutti loro, perfino a Nielle, il mio modo di pensare. Sì, definitivamente! — Ecco! … Arriverei davanti a lei, con le spalle sollevate e il torace gonfio, e lì le direi che l’ho sentita trattarmi da pazzo più di una volta! … Poi le direi…, che ha ragione, perché la amo così. Con demenza! "

Il soliloquio senza risonanze fu bruscamente interrotto da un piccolo martellamento continuo sulla porta sul retro. Porta lato cortile, porta di soccorso quasi di ricorso… Il proprietario perseverava a segnalarsi. Damien gli aprì prima che si consumasse qualche nocca.

— Ciao Damien! … Vengo a vedere che succede. La ragazza di sopra, (nessuna menzione di Nielle, prudenza obbliga)… è appena uscita da casa nostra, incazzata nera! … Ha detto che sei pazzo… È vero? " diceva lasciando apparire sui suoi zigomi un sorriso malizioso e laconico.

Dapprima colpito dall’affermazione fracassante di Nielle, poi stordito dalla visita importuna di papà Brouillette, Damien rimaneva zitto. Taciturno ai pii desideri, perché smise di rotolarsi nella propria pusillanimità solo il tempo di rinnovarsi la ragione.

— Io… non sono… pazzo, signor Brouillette! … e le concedo che potrei darle quest’impressione. Se lei fosse al mio posto, come agirebbe se cercassero di ingannarla costringendola a credere alle menzogne o peggio…? … Che cosa farebbe, se le sottraessero lettere che lei avrebbe scritto? … Se gliele rubassero… sotto gli occhi? … E se fosse lei a essere pazza? … E se fosse lei, che cosa farebbe? …"

Damien sperava di lasciare di stucco il proprietario. Quel vecchio che avrebbe potuto egli stesso commettere il furto. L’astuzia, l’esperienza di quest’ultimo rovesciò l’apprensione dell’artista, il sospetto di cui era oggetto.

— Appunto! La ragazza di sopra ha problemi d’idraulica. Il suo lavello perde, … così mi ha detto. Vado a sistemarlo, e poi…, vedrò se è pazza. OK? … Ciao! "

Audace nel proseguire la sua indagine malgrado il compito sgradevole… di lustrarsi gli occhi sui contorni armoniosi delle due sorelle, il vecchio maschio, idraulico per obbligo, ispettore principale per defezione, si affrettava a suonare al terzo. Se non aveva potuto convincersi della follia del suo inquilino, era tuttavia soddisfatto di aver brutalizzato la fragilità e la libertà già ristretta del sognatore. D’altronde, aveva potuto dedurre dal loro colloquio che un artista forse non è un essere normale.

L’abitudine della solitudine del suo alloggio lo abbandonava. Nielle aveva appena invaso ciò che gli restava di spazio e indipendenza. Aveva sperato in uno sguardo interessato della sua musa, ma l’interesse che aveva suscitato si sviluppava in una texture che mostrava asprezza. Evinto da ogni delicatezza della sua musa, non attendeva più che altre frecce mirate verso di lui venissero a perforargli l’orgoglio, a fendergli l’anima, persino ritirato nel suo alloggio.

Isolato nella cucina, sentiva meno papà Brouillette che tappava i tubi che deliri e millanterie. Avendo già sperimentato lui stesso la tecnica d’investigazione dei proprietari, non attendeva più che l’idraulico di servizio si mettesse a recuperare le fughe che Nielle avrebbe voluto lasciar colare… Fisso come un piedistallo, il sognatore non si stancava d’attendere per udire.

— Ecco! … Sono venti minuti che fa l’idraulico…! Che ripara la perdita parlando a vanvera. Per come lo conosco, normalmente dovrebbe affrontare l’argomento. — A meno che una particella di saggezza non sorga consigliandogli di passar oltre. Lasciare che i tizzoni imbianchiscano piuttosto che gettare olio sul fuoco. — Sento il rumore degli attrezzi che rimette nella cassetta metallica. "

Appena percettibili, perché per metà coperti dal riordino poco meticoloso, le parole e il giro di frase del vecchio playboy giungevano a brani alle orecchie di Damien.

— … dice… non pazzo… Tu… pazza!

— Cosa! … Osa dire che sono pazza! Quel buono a nulla ha osato…! Lo odio! Lo odio! Ma è pazzo! È pazzo! "

Quello sfogo giustificato concordava al ritmo dei colpi di tacco di Nielle sul pavimento. D’intensità sostenuta, quella rabbia confessata con pestìo s’inabissava nella coscienza del sognatore fino alle radici della colpa. L’immobilità dapprima volontaria di Damien prendeva l’aspetto di una paralisi. Le gambe intorpidite fino al prurito, l’addome teso, il torace muto di ogni soffio. L’unico movimento possibile: premere fortemente le mani sulle orecchie per simulare la sordità. Su quel silenzio artificiale detonava sospiro su sospiro. Le lacrime bagnavano i loro corsi abituali come un fiume scavato sul suo viso dalle miserie che Nielle e il suo clan gli avevano già fatto incassare.

Non ebbe più che la forza di verificare se, lassù, la normalità si fosse reinstallata.

Nascosto dalle tende fiorite della cucina che aveva tenute chiuse per tutta la giornata, si spogliò. Lasciando cadere i vestiti là dove si era inchiodato; imprigionato il tempo di essere avvicinato dall’odio che Nielle gli portava.

Nudo e disinteressato alla vita, girò su se stesso e sollevò la testa verso il soffitto diventato l’unico riflesso della sua musa. Col fiato corto, la gola stretta, la voce soffocata da noduli, interpretava stranamente la verità sentita. Autentico, era al tempo stesso attore, autore e soggetto.

— Nielle! … Oh Nielle! Abbassa gli occhi verso di me, che sono nudo come un verme. Il mio corpo quanto la mia anima. Guarda questa pupilla vuota…, questa cornea prosciugata, non dai pianti, ma dall’assenza di luce. Quel chiarore che mi hai rubato incastrandomi nel nulla; nascondendoti, fuggendo perché io non possa sorprendere la bellezza, il pigmento azzurro dei tuoi occhi. Quegli occhi che mi hanno dato un gusto d’inchiostro…

Nielle! … Oh Nielle! Non maledirmi! Non augurarmi di bruciare all’inferno. Perché turberò con le mie lacrime Satana stesso. I miei gemiti, i miei lamenti denunceranno l’assenza del tuo sguardo. La mia desolazione è tale che rimpiangerebbe d’essere il padrone del rovescio dell’Eden; il mio dolore è così grande che diventerebbe lui stesso il dannato, il capro espiatorio del peggiore dei mali che tu possa augurarmi, la carezza eterna dei tuoi occhi. "

Indebolimento improvviso. Damien, cadendo in ginocchio, non sentì l’urto delle rotule sul pavimento di legno duro, tanto i circuiti del suo sistema nervoso erano occupati a spronare l’acuità del suo male interiore verso sogni futuri.

Mentre al terzo la cricca cenava segnalando nuovi difetti, tracciando volute maligne sulla follia, sulla demenza del sognatore, dell’originale di sotto; lui si trascinava penosamente fino al letto.

Come quegli uccelli di Pollicino che mangiavano le briciole di pane seminate come indizi per ritrovare la strada verso la sicurezza, l’aria inghiottiva le lacrime asciugandole.

La sua gatta venne a strusciarsi contro di lui, credendo nella sua innocenza che desiderasse giocare. Poi, come inquieta, filtrò dalla gola un leggero e dolce miagolio, come un conforto che sottolineava l’esistenza di una grande amicizia. Lo seguì finché egli si rifugiò sul letto, dove vi temperò la costernazione premendo con intensità il cuscino che si umidificava rapidamente sotto i pianti.

Illogico, il destino gli ricordava che se Dio è la meccanica della vita, lui ne era il dinamismo inconciliabile. Distendendosi sui rimorsi, levigava l’idea di una conclusione finale alla propria decadenza, la fuga dal fallimento. Eppure, come se fosse isolato in un deserto subendovi il supplizio di Tantalo, s’immaginava miraggio dopo miraggio, di secondo in secondo, una riflessione, un sogno o un’oasi che gli permettesse di dissetarsi, di nutrire la sua sete inestinguibile della musa.

Saldato al letto dall’esaurimento, esaminava vagamente, attraverso il velo degli occhi umidi, i dettagli del busto di Marilyn. Non si soffermava né sui difetti né sulle riuscite del modellato; le dipingeva confidenze, le sue meditazioni sul sogno erotico, sull’inatteso del suo effetto e sugli eventi di quella giornata che non finiva più. Nel ritorno di un respiro normale, le confidò che si domandava se la sua anima lavorasse per o contro se stessa, malgrado l’incertezza della sua presenza. Tuttavia, nella stanza di sopra, si muovevano, si attivavano. Tramavano!

Con lucidità sufficiente, Damien distinse che, malgrado molteplici precauzioni prese per evitare il rumore, lassù si spostavano due oggetti pesanti. Sagace, individuava un trambusto, una messa in scena singolare. Al centro della stanza, vicino ai primi oggetti, si depositò una cosa molle, come un cuscino. Tutt’intorno, prendendo la forma delle punte di un pentacolo, cinque articoli di leggerezza paragonabile a quella di un piccolo candeliere. Poi, per alcuni minuti stordenti, il silenzio investiva il luogo della macchinazione.

Omettendo l’alzata del sipario, gli attori improvvisarono una situazione con un Deus ex machina. Due personaggi, dio o diavolo e la santa o l’incantata. Nielle teneva quest’ultimo ruolo. Poi, una voce forzata verso i gravi, amplificata da altoparlanti, evidentemente gli oggetti pesanti, affermava:

— Devi promettere di non vedere più Damien! "

— La voce di Nielle: “Sì, ma Signore, lo amo!”

— La voce dell’essere: “Se ti astieni da questa promessa, sarai condannata!”

— Dopo un breve silenzio, una sottomissione: “Sì, Signore, lo giuro… per la vita!”

Breve messa in scena per una cerimonia di appena tre minuti! Il gruppo si ritirava verso la cucina, dove tutti scoppiarono a ridere a crepapelle, senza nutrire alcun dubbio sulla riuscita del loro scherzo e ignorando nelle loro infantilità che Damien percepiva tanto le loro risate sarcastiche quanto quella voce di pseudo-eterno che risuonava ancora… Infine, i commedianti si spostarono verso la parte anteriore, in salotto, passando dall’ilarità e dalla derisione a semplici commenti.

Damien, muto fino ad allora, non disdegnava la circonvoluzione di quell’odio, della meschinità e dei tradimenti che turbinavano intorno a lui, perché la pietà che aveva dei suoi carnefici lo riscaldava nel riflesso della propria stima. Quella commedia eseguita dai suoi vicini superiori… (?), gli restituì appena abbastanza energia per minimizzare una recrudescenza delle lacrime.

Senza cercare d’individuarne le intenzioni, li squadrava con l’anima attraverso il pensiero.

— Come potevano indovinare che ero nella mia stanza? … Il caso? — Mia studia cinema e forse si trattava di una sequenza per uno dei suoi lavori… Sì, dev’essere così, e quella stanza le conveniva. Ma come spiegarmi che subito dopo si siano affrettati a correre verso la cucina per sbellicarsi, ridere come pazzi… Perché la menzione ripetuta del mio nome?

Orientando gli occhi irritati verso la riproduzione della confidente morta…, quella che si divertiva a qualificare come prima ispiratrice; ne benediceva la falsa presenza. L’impressione argillosa. Perché lei sola sapeva che il suo equilibrio mentale era temporaneamente…

— … Fuori uso! " sembrava dirgli.

— Anche tu Marilyn, credi che io sia pazzo?

— Non è questo che ho detto! Sciocco! … Subisci un affetto. Da una parte perché ti accorgi che questa donna non ti amerà mai, e dall’altra perché, tentando di farti passare per pazzo, ti significa chiaramente che siete, entrambi, di mondi diversi.

— Ma, … anche tu, … sei di un altro universo, eppure mi ami, " gemeva Damien.

— No! Non ti amo. Sai perfettamente che mi è impossibile. Non posso nemmeno portarti il più infimo segno di tenerezza. Anche qui! Ti sei sbagliato, bello mio. Come al solito t’illudi! …

Ti compiaci di sognare, d’immaginare al punto da fondarvi la tua reputazione d’idiota del villaggio. Esempio: trasformi una volgare mosca in spia o in prova divina…, a seconda della tua decisione di schiacciarla o lasciarle salva la vita. Da una semplice goccia d’acqua estrai un mondo immaginario e fantastico dove purtroppo nessun altro, oltre a te, può penetrare…! "

— Nessun altro oltre a me e… Nielle, " interveniva lui con un tono pronunciato come un a parte.

— E io, mi dimentichi già? … E io? … E io? " decantava la Marilyn del suo Fantasia.

Il sognatore fu improvvisamente sospeso in quel nuovo etere, non perché ignorasse il fondo della replica, la risposta nascendo già sulla punta delle sue labbra, ma, lassù, c’era trambusto. Là dove non aveva mai cenato a tu per tu con Nielle, una discussione vivace virava al nero, come un temporale in ciclone.

— Che baccano fanno! … Nulla! Non devo ascoltarli, farmi ancora più male. La polemica deve mirare a decifrare il mio livello di delirio, " Damien si premeva le orecchie con le mani fino a farsi impallidire i palmi, a sbiancarsi i padiglioni. Si sentiva dentro banalizzare l’alterco con voce cavernosa. “Forse discutono della notte scorsa? … Dell’insolito sogno? … Lo ignoro. E perché sarei necessariamente al centro delle loro preoccupazioni attuali? "

Lasciò allora al suo udito sensibile tutto l’agio di spiare. Al terzo, la scaramuccia piuttosto burrascosa si era affilata in acuto impegno verbale. Il prof sembrava schermire, presso Nielle, per difendere un acquisito. La fascinazione che lei gli votava.

— Come puoi amare uno spacciatore? … Un piccolo rivenditore di droga. Ma non vedete che ha una faccia da maiale! …"

Silenzio. Tregua? L’improvvisa pacificazione si estrapolò automaticamente da quest’ultima frase di Jonathan, che evidentemente aveva appena offerto l’autodescrizione più giusta di se stesso accusando qualcun altro di quell’aspetto ripugnante.

Precipitazione da una scala all’altra. La porta si era richiusa violentemente tra i due.

Con il naso strofinato contro un lembo di tenda, un occhio nella loro fessura, Damien simpatizzava con l’erudito che lasciava la musa. Il dolore che era appena andato a cercare senza sospettarlo, il male che lo avrebbe inseguito fino alla fine dei suoi giorni, il sognatore li viveva già.

Posando i piedi sull’asfalto gelato, il bandito posò un breve sguardo verso la finestra da cui Damien lo osservava, come se salutasse un confratello di una setta alla quale era appena stato iniziato. Poi ripartì, forse per recitare la scena del cane bastonato ai piedi della giovane moglie che aveva dovuto lasciare qualche giorno prima.

L’erudito era appena stato respinto? … Oppure si era volontariamente escluso da quel castello di cristallo prima di tagliarsi sui frammenti del disincanto? — Nell’arena da cui fuggiva si affrontavano la costernazione degli uni e un certo sollievo fischiato dal mutismo degli altri.

Un piano più sotto, Damien sospirava per una motivazione diversa.

— Questo spacciatore… è a me che si riferiva il prof nel suo sfogo, io che fui il fattorino di una sola sera? … Oppure chiamava in causa le consegne di droga troppo frequenti di Bruce Brouillette da Nielle? — Lou Jobim non mi avvisava forse al ristorante Gula Lupus che mi trovavo esattamente dove non bisognava essere, … tra Nielle e il giovane delinquente? — Merda! Vattene, prof! … Anche la tua partenza mi è inutile! Troppi ratti nella stessa gabbia. Il beta si è allontanato, restano gli alfa! "

Scuotendo la testa come per rimettere le idee al loro posto, si autorizzava una conclusione inconsistente. Senza essere sconcertato, restava scioccato nel dedurne che Nielle potesse interessarsi a Bruce, anche in un amore passeggero e unicamente fisico. Damien era tanto più offeso in quanto la famiglia Brouillette intralciava il suo ritorno alla realtà negandogli con accanimento la presenza di Nielle da mesi. Le loro negazioni, anche se senza ripercussioni dirette nella vita del sognatore, non accrescevano meno il potere di seduzione del figlio rendendolo altrettanto subdolo nella collusione.

Damien ripartì verso le proprie sfere immaginarie, a ritrovare Marilyn. Desiderava confidarle le sue impressioni sugli ultimi rovesci, esigendo in cambio consigli e rimproveri.

— Ancora tu! … Che cosa vuoi da me? … Non ami più Nielle? … Perché torni da me a ogni delusione? … Sostituisco tua madre, non è vero? …

— No, Marilyn! Amo ancora Nielle ma…, ma anche te… — Non so più. Non so più! C’è solo in te che possa avere fiducia? "

Infastidito dall’aver umiliato l’anima dell’attrice fin nel suo riposo; per garantirsi l’indulgenza, accarezza teneramente una guancia e posa un bacio sulla fronte della riproduzione fredda e oleosa. Recupero raggiunto. Poi prosegue la sua peregrinazione astrale con l’aldilà.

— Dimmi, Marilyn, … hai sentito poco fa, vero?

— Sì, un po’ troppo! Purtroppo un’altra vittima della tua regista del gioco. I dadi sono truccati, amico mio!

— Devi sbagliarti, Nielle non è certamente all’origine di…, insomma non volontariamente. Ne sei convinta? …" diceva, simulando un istante di riflessione della sua confidente, conferendo al modellato più autorità, più realismo di quanto lui stesso ne avesse mai avuto.

— Assolutamente certa! Lei si distingue da te su tutta la linea, salvo su un punto. Possiede uno spirito sognatore quanto il tuo! — Si tratta di un’intuizione confutabile perché si rivela incongrua? … Ha paura di amarti, dato che la sua anima poetica la spaventa ancora più della tua!

Forse sei persino tu il “Nec plus ultra” degli aborti, l’amore della sua vita. — Piuttosto! Lo saresti stato, se non avessi, con un gesto vendicativo, deviato i progetti che Dio ti presentava su un vassoio d’argento.

— Menzioni il sogno erotico?

— Che altro? … Sì, quel famoso sogno dei tre dischi. — Imbecille! — L’avresti tra le braccia, la tua maledetta Nielle, se non avessi tentato di doppiare la realtà con una menzogna vendicativa. Ma no! … Il signore ha preferito il gioco e si è lasciato tirare per mano come un bambino. Qual è il risultato? … La tua coscienza è neutralizzata dal veleno inevitabile di quella controverità che ti aveva sedotto. — Hai riflettuto anche solo un istante? … Hai osato valutare che, nella tua insistenza, nella tua perseveranza a voler interessare Nielle alla tua piccola persona, forse avevi seminato in lei il turbamento? … Una dose di follia, inalterabile? Insormontabile per un essere della sua fragilità?

— No! Non l’ho resa pazza! … No! Sono io il pazzo! … No, non pazzo! — Marilyn, perché essere così crudele? … Così tagliente! — Alla fine mi dai sui nervi! "

Vivacemente, distoglieva la testa per schivare lo sguardo insensibile e morto della scultura; per repulsione, cercava di evitare la veridicità del proprio riflesso.

L’intensità degli eventi la misurava in sospiri; valutava la profondità del baratro in lacrime che versava, lentamente, per recuperarne le risonanze. Concentrate nel petto, le emozioni gli sfioravano il cuore a ogni battito. Toccava, palpava, raccoglieva gli errori commessi come se giocasse a mosca cieca con la benda della colpa; a ogni presa, essa gli scoppiava tra le mani, succosa come un frutto marcio. Il suo spirito era sottosopra, tanto quanto le lenzuola sulle quali si rigirava ancora nudo.

— È tutta colpa mia! " traducevano i suoi deboli lamenti.

Smarritesi tra i loro silenzi, altre voci si lasciavano udire. La follia, il tumulto e quella solitudine parassitaria avevano affilato l’udito di Damien. Come se i suoi timpani avessero addomesticato l’intera acustica della casa, dalla cantina alla soffitta, gli era inutile incollare l’orecchio alle pareti o al pavimento di legno per sentire le diffamazioni dirette contro di lui. — Questa volta, le voci provenivano dal basso; i Brouillette conversavano. Secondo le loro abitudini, si parlava forte…

— È pazzo! … Ve lo dico io! … Non è normale quel tipo! " La madre matrioska, come una capoclacque, trascinava la maldicenza entusiasta dei suoi nella sua feroce ottica.

— Sì, sono d’accordo con te, mamma. Damien è un deficiente! … Bisognerebbe rinchiuderlo! " pavoneggiava sorprendentemente Nadine, fiera d’approvazione ma soprattutto soddisfatta di addolcire, per una volta, il suo rancore nei confronti del sognatore che amava in segreto.

Nessun dubbio che persino inapplicabile, la proposta di un linciaggio immediato sarebbe seguita, se non fosse stata presente Anne, una delle tre figlie Brouillette. Costei, studentessa di psicologia, temperò il sovraccarico dei giudici e giustizieri in vestaglia, pigiama e vestaglia da camera.

— Personalmente, non credo che sia pazzo. Penso che sia semplicemente un po’ nevrotico.

— Volete che vi dica? … Per me, sono pazzi tutti e due. Nielle e lui! " aggiungeva papà Brouillette, nascondendo male il proprio piacere a sparlare dei suoi inquilini per rafforzare il suo statuto di capofamiglia.

Quei denigramenti che lo riguardavano o miravano alla sua musa, non poteva più udirli. Nuove lacrime apparse si gelarono per non poter ribattere. — Beato d’amor proprio improvvisamente? … Falso! — Infamie su ferite, offese su diffamazioni, odio su odio. La speranza della sopravvivenza non percorreva più le sue vene. Afferrava l’ossigeno, e la speranza di uscirne, a piccole boccate come un asmatico in crisi. La paura. Il timore folle di quella casa diventava come un accesso diretto alla geenna. Le sue viscere si torcevano, si contorcevano come l’uroboro: quel serpente che divora se stesso dalla coda. Il suo hara s’infiammava!

Come se i suoi neuroni stessero per scoppiare, a due dita dall’esplodere in singhiozzi, si alzò rapidamente e si diresse in fretta verso la doccia.

Freddo, poi gelato, il getto d’acqua che colpiva la lamiera e precipitava sul suo corpo copriva i pianti riemersi. Simile a una fuga violenta, quella cascata acida velava a sua volta parole.

— Basta prove della mia passione per Nielle! Basta! F. I. N. I. … lei. Risalire, uscire dall’abisso. Sopravvivere senza vacillare… — Ho il petto in fiamme, ardente di pentimento. Rischiare di prendermi tutte le colpe, renderti innocente tu, Nielle amore mio… — Non vacillare… — Mai! … Mai riusciranno a seppellire il mio amore nel dubbio e per mezzo suo… Mai! … Anche a costo di accettare di diventare davvero pazzo, di… fare i conti con la malattia… mentale! "

Districata dal groviglio nella sua mente, la purezza ritrovata dell’amore lo esortò a gemere troppo spesso. L’angoscia d’essere sorpreso a camuffare il dolore lo obbligava a riprendere il controllo. Difficilmente, chiuse i rubinetti e lasciò che le perle d’acqua evaporassero da sole dal suo corpo. Inginocchiato nella doccia, si aggrappava a immagini di Nielle che gli venivano come salvagenti, e pertiche per aiutarlo a rialzarsi, a contenersi.

Provocato dal soffocamento volontario e arduo del suo male, salivava sovrabbondantemente, faticando ancora a respirare. In quel mezzo respiro tornava in camera per avvolgersi nelle lenzuola imbrattate di sudori e lacrime, rintanandovisi a immagine di un animale recluso che lecca le piaghe per guarirne.

Ferito nell’orgoglio d’innamorato dalla disinvoltura dell’amata, dalla rabbia dei vicini, dagli inganni e dai tradimenti, la testa sembrava avvizzirgli. — L’isolamento nel cuscino…, un asilo!

Raggomitolato sul letto disfatto, la sofferenza lo invadeva sempre più intensamente. Trattenere i pianti? Vicino all’impossibile. Aveva il male d’essere e il male del tristemente compiuto. In gemiti assordati, implorava il cielo che la sua musa non lo sentisse soffrire.

La sua determinazione a ponderare l’intensità dei lamenti, dei gemiti, intensificava la tortura. La virulenza del supplizio diventava così insopportabile che la resistenza di Damien evaporò, schizzando il silenzio pericoloso che si era sforzato di mantenere.

L’inevitabile fu percepito!

Le sue lamentazioni oscillanti avevano finito per frustare il sonno di una coppia di stranieri in visita da Nielle. Da quella camera degli ospiti improvvisata li raggiungeva il crescendo depressivo… del sognatore in crisi.

— Ma che cos’ha, a piangere così?

— Non lo so! Ma deve stare molto male!

— Che succede? " domandarono Nielle e Mia, svegliate dalle voci turbate dei loro invitati.

— Piange! Non ha smesso di piangere! "

La musa sapeva ora che il suo ispirato soffriva orribilmente. Senza circuirne la causa, non poteva negare quel primo contatto con la sensibilità respinta dell’essere evinto che gemeva sotto i suoi passi. Non lasciando trasparire la propria inquietudine, tornava in camera, certa che comunque non avrebbe avuto alcuna presa sull’incubo dell’artista. Tuttavia! … Fu incapace di richiudere gli occhi. Il cuore le si commuoveva. Le passavano per l’anima sentimenti simili a quelli che il sognatore aveva già vissuto. Quell’inspiegabile simpatia, quando lei era rientrata a casa piangendo, una sera d’estate.

Ma Damien non ne sapeva nulla. La mancanza d’interesse sottintesa confermata e la volontà amorale della sua musa di rimanere taciturna significavano bere il calice, la coppa fino alla feccia. Il troppo pieno fuggì da quel troppo percepito di Nielle. Espulse dal suo corpo a grandi grida molti di quei singhiozzi pesanti agglutinati nelle loro repressioni preesistenti all’intimità delle pareti friabili del suo cuore di sognatore.

Fuggendo se stesso senza forza, allontanandosi da quella debolezza che si rimproverava, costeggiava, braccato, le pareti del suo appartamento. Barcollante e angosciato, come un animale ferito che cerca di sottrarsi a un cacciatore annidato nella sua anima. Affidandosi alla coscienza diventata bussola impazzita, errava in tutte le stanze cercando disperatamente di aggrapparsi a un oggetto, … a ricordi più robusti di lui.

L’ansia ravvivando le origini della sua desolazione, disperava esclamando, fulminando le orecchie indiscrete: “Nielle! … Ti amo! … Perdonami! … Tu, l’amore della mia vita, non sei un fantasma, vivi davvero lassù. Nielle, non sei una pazza come me, sei un’immaginativa, nulla di più.”

Nessun recesso dell’edificio era sufficientemente isolato per ammutolire quei lamenti stridenti che si staccavano come uno strappo dal ventre di Damien. Nessuna parete, né pavimento o soffitto erano calafati contro quel freddo d’abisso che scivolava sulle loro coscienze come un brivido, assoggettandole, all’istante, a odiare il trauma che avevano provocato.

Gli occhi di Damien gonfi di lacrime, enfiati dall’irritazione e dalla sofferenza, non emettevano più che un pallido barlume di vita, come briciole di speranza. Quel corpo appesantito dalla cura delle emozioni e dalla disfatta dei sentimenti, lo trascinava nella costrizione, penosamente. Inoltre, a disagio per aver denudato il cuore ai suoi vicini inclementi e rapaci, non si perdonava d’aver ceduto. Non si perdonava d’aver confessato loro la sua estenuazione nel tentare di ricamare l’indifferenza. Non si perdonava d’aver raggiunto i limiti della sua resistenza, davanti agli errori altrui e ai propri.

Ubriaco di quei riversamenti, non aveva altro ricorso che andare a riconfortarsi tra le braccia dell’inverno. Si vestì con la lentezza obbligata dei condannati al patibolo; quelli che si spingono solo a mezzanotte meno cinque. Facendo finta che nulla fosse mai accaduto, usciva nella calma con una precauzione assoluta.

Sopra di lui, Nielle, scossa da quella trance del sognatore, formulava inquietudini: “Purché non vada a gettarsi dal ponte… Nello stato in cui si trova, poverino.” Ma l’angoscia della musa fu rapidamente dissipata; le sue inquietudini banalizzate dalle parole rassicuranti di Lou Jobim, il quale, appena tornato dal lavoro, anche se aveva mancato l’evento, si fregava le mani per l’esito dei suoi disegni.

Se dentro aveva piovuto troppo, fuori nevicava abbastanza perché il nord-ovest che si alzava potesse formare banchi di neve. Col passare dei minuti e delle riflessioni, le tracce allungate dei suoi passi, e la loro apparente sinuosità, ritrovavano l’aspetto di un’andatura quasi normale.

Il vento che pungeva il viso di Damien imponeva la sua realtà invernale. Ma al di sopra degli scricchiolii dei rami dei pioppi ghiacciati, alcuni pianti e alcune grida di rabbia segnalavano la sua, per brontolio, per rivolta.

Fermo a un semaforo rosso, distinse la formazione di un cumulo di neve ai piedi; per semplice poesia, si paragonò a un fiocco che viaggerebbe al capriccio del vento.

— Siamo entrambi piccoli. Piccolissimi. Te, il vento ti mette dove vuole; io, devo fare vento! … Tu ti scioglierai; io sono già sciolto… Tu, piccola cosa, non puoi vivere l’amore, non avendone diritto; io, piccola cosa, io…, neppure io. Tu, così piccolo, puoi infiltrarti dappertutto, persino andare a morire al caldo dalla mia musa; io, così piccolo, che vorrei morire in lei, io, lei non si degna di aprirmi! Allora, che cos’altro posso offrirle se non una prova d’amore inutile, … come partire e allontanarmi da lei. Poiché il mio non-essere le piace; come non optare per un trasloco…? "

Nessuno ebbe conoscenza del ritorno di Damien, che aveva ritrovato una certa vitalità grazie alle raffiche di neve farinosa che danzavano nell’agorà bianca. La notte fuggiva di nuovo nei suoi stessi usi. Lui, vittima del rifiuto, credette che lo disertasse, ma non gliene serbò rancore, perché aveva posto fine alla sua angoscia.

***

Mezzogiorno. I miagolii lamentosi della sua gatta lo invitavano ad alzarsi per soddisfarne la fame. Un leggero gusto di pesce la tormentava. Dopo aver soddisfatto il felino, si affrettava ad andare a comprare il giornale per consultarvi gli annunci economici. — Alloggi in affitto!

Il giorno stesso, tutto era regolato. La firma di un contratto di locazione, la scelta dei traslocatori, l’acquisto di scatole di cartone che riempiva quasi subito e la disdetta presso i Brouillette, che non esitarono una frazione di secondo ad accettarla. (L’indomani sarebbe partito.)

La sera stessa, il suo alloggio era irriconoscibile. L’atelier e la cucina erano svuotati dei loro effetti; ciascuno sembrava più grande. Il salotto, invece, sembrava rimpicciolito, poiché tutto vi era metodicamente collocato e impilato. In camera, Damien aveva conservato solo il letto per dormire un’ultima volta vicino a Nielle, e la sua Marilyn, di argilla sintetica, per scambiare impressioni su quei momenti sconvolgenti d’agonia. Facoltativi.

Né musica né rumore indicarono la sua presenza finale ai vicini. Si spostava con la lentezza degli adepti del “tai chi”, nella risoluzione di acclimatare Nielle alla sua assenza imminente. Spingendo la delicatezza al massimo, non si prese la briga di spegnere prima di coricarsi, per paura che il clic dell’interruttore rovinasse le sue intenzioni prime.

Certo che vi avrebbe pianto, tamburellò il cuscino come per ammortizzare meglio del giorno prima l’espressione dei suoi dolori. Sulla federa, come vestigia scoperte senza scavi, macchie di sangue lo sbalordivano.

— Avrò sofferto così tanto? … Amo Nielle al punto da stigmatizzarne la pena? … Perché soffrire fino alla sublimazione? … Perché l’esistenza del santo, del sacro nella mia vita, … se non per avvicinarmi meglio al profano in me? Sì, non sono che un uomo il cui amore si oppone alle richieste! Sì, ho un nome bizzarro, Damien. Sì, Damien non è che un essere umano! "

Senza fretta, senza smettere di ripetersi che non era che un uomo, cosciente dei gesti simbolici che si apprestava a compiere, si alzava e andava a cercare in una delle scatole sigillate una bomboletta di colore rosso. Quello stesso spray usato per scrivere il famoso graffito “Hard headed woman”. — Immobilizzandosi davanti al murale, quell’affresco che aveva fatto benedire da un prete, ingannandolo con parole messianiche; si segnò con la croce, poi si raccolse ammirando in un ultimo sguardo l’opera in cui si era rappresentato come Kristos Anonymus.

Come la ripetizione di un sacrilegio, vi innestò su quella superficie tredici lettere rosse, che sarebbero diventate fra le più visibili e mortificanti quando, prima di partire, avrebbe denudato le finestre delle tende, simile allo svelamento di un epitaffio.

— TI AMO NIELLE!

Poi, ancora più drasticamente, si voltò con un movimento secco verso la plasticine e, con un gesto brutale e l’energia dei pollici esercitati, demoliva la figurina muta simultaneamente a un ultimo enunciato: “È lei che amo, Marilyn! È Nielle che amo!” Infine, si addormentava cullandosi in dolci pensieri per la vicina.

L’indomani, come pianificato, Damien viveva altrove che sotto i passi della sua musa.

***

Liberazione relativa per il sognopata. A che punto è l’ora? … A che punto è lui? L’ignoranza totale non persiste più… Per induzione, comprende che quella decisione di lasciar vivere Nielle, eclissandosi, fu benefica per lei. Ma per lui? … L’aggravamento istantaneo della sua decadenza subdola! Se avesse avuto il coraggio di vivere sotto l’oppressione dell’isolamento come un claustrale, agire da monaco nella contemplazione dei suoi passi, la sua anima non sarebbe rimasta inappagata. Non erano tanto gli effetti diretti del trasloco, la fuga da quell’atmosfera in catalessi a colpirlo, quanto quelle onde da cui si era disincatenato e che non avrebbe più ritrovato.

Il tempo, quel contagiri, quel tachimetro del destino umano, accrebbe il suo tormento anziché assolverlo. Nessuna disintossicazione possibile. “No Ferré! Spesso è falso pretendere che col tempo… si dimentichi.” È erroneo sostenere che la musica dei passi di una musa, gli echi della voce dell’essere che si ama e persino quelle ombre che cercano di defilarsi, … disinteressino la memoria.

Ma! … Dio, lui, non è meno colpevole di Chronos! Perché fece emergere, come un nuovo continente da bramare, quell’essere dal nome di Nielle in quella vita di settimo grado che era quella di Damien, detto il sognopata, detto l’artista alias il sognatore.

Al colpo di genio divino del Supremo, di urtare senza imbarazzo l’artista con la tangibilità incredibile di una meraviglia del mondo vivente vicino a lui; più vera, più lontana dell’assoluto, l’amore lo incitava d’istinto ad amare attraverso e con il corpo, per quanto brutto fosse. (Reincarnazione gemellata del Gobbo di Notre-Dame e di Toulouse-Lautrec?) Lui, Damien, che fino ad allora godeva solo attraverso i piaceri dell’intelletto, comprendeva per grazia di quella prova che la vita si nutre dalle radici, non per autosufficienza.

Il sognopata giace nei suoi pianti, tremando nell’angoscia del tempo perduto. Si accusa delle sue prosternazioni davanti a quel valore truccato che consiste nell’arricchire la vita con il beneficio ingrato della creazione, del sogno e dell’arte. — Abbaglio o vocazione? Nuova religione della modernità? … L’eroismo artistico!? — Fin dall’inizio, quella moralità anemica gli aveva fatto perdere Nielle per il suo preteso ascetismo che la spaventava e la disgustava. Quella pretesa di arrivare fino alla sua musa ricorda l’idea di due calamite dai poli invertiti che si respingono, e che, disposte diversamente, si sposerebbero fino a saldarsi d’energia.

Coscienza sfumata, follia ingannevole e perentorio ricordo. Anche attraverso le sue demenziali assenze, Nielle l’aveva sottratto al nulla. Tuttavia, inconsciamente, offrendogli la mano destra per tirarlo fuori da un baratro, la sinistra, quella del cuore, lo spingeva in un altro.

I loro modi d’agire congetturali, spesso inspiegabili, erano forse dovuti a una contaminazione spontanea dovuta ai contatti dei loro due esseri immaginativi? Lei, che non era che armonia prima della cortigianeria maldestra; lei, che traduceva la bellezza della propria anima nel minimo movimento; lei, la cui generosità naturale si dispensava sottilmente a ciascun respiro; lei, che gli ricordava le fate della sua infanzia. — Sì! — Nielle rimaneva sana, Damien non l’aveva corrotta con i suoi fantasmi. — Sì! Restava un semplice sognatore. Dopotutto, la follia non è un oggetto che si offre, è uno stato che si vive con o senza dolore!

Il sognopata sente che la distanza più corrosiva, la più difficile, era stata superata.

Dal divano si dirige verso uno specchio d’impeccabile nitidezza che l’attuale inquilino dei luoghi, (che del resto non aveva ancora dato notizie di sé) aveva fissato per caso alla parete più stretta del posto. Proprio là dove Damien, nella sua epoca, aveva appeso una riproduzione ridotta de “La lettrice” di Fragonard.

Per alcuni secondi si guarda senza contemplarsi. Si percepisce come un compagno di viaggio che si sta per lasciare; un amico che sceglie un’altra direzione, una destinazione imprecisa. Ma non è ancora il momento degli addii; la segregazione dei bagagli non è terminata; inoltre, deve continuare a frugare, a cercare il suo biglietto…